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. : : N E L L A
T E R R A D E I F A R A O N I
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Prologo
Egitto:
una terra sospesa tra passato e moderno, ancora testimone di una delle più
grandi civiltà dell'antichità, un Paese che con le sue tradizioni
islamiche e copte, con le sue oasi rigogliose ed i suoi deserti, i suoi
maestosi templi e le sue moschee, ha da sempre esercitato un fascino
inspiegabile nell'immaginario di ogni viaggiatore. Coniugando la mia
passione per l'egittologia a quella per i viaggi, decido di partire alla
scoperta di uno dei luoghi più straordinari dell'Africa Mediterranea per
ripercorrere l'itinerario degli antichi carovanieri nubiani, che dalle
terre più meridionali del regno egizio seguivano l'intero corso del Nilo
spingendosi fino al Delta.
La partenza è prevista per il 3 luglio, volo MS 804 Egypt Air
Malpensa-Luxor delle 15.55. Si preannuncia una settimana intensa: quattro
giorni di navigazione lungo il fiume più lungo del mondo e tre nella
grande metropoli del Cairo. Alle 21.20 locali si atterra all'aeroporto di
Luxor dove ci aspetta il nostro accompagnatore Muhammed Tarek. A notte
tarda arriviamo al battello, il Sultan, che ci porterà fino ad Assuan.
Cinque ore di sonno e sveglia all'alba per la nostra prima visita
archeologica, la famosa Valle dei Re.
Capitolo I -
Tebe e la Valle dei Re
Dopo poche ore di sonno, il suono della sveglia mi riporta alla realtà e
l'emozione per la visita che mi aspetta (soprattutto per la tomba di
Tutankhamon) inizia a salire. Durante la colazione posso finalmente vedere
alla luce del giorno le facce dei miei compagni di avventura, che, come
me, sembrano abbastanza stravolti e assonnati per il viaggio aereo e per
la levataccia. Avrò comunque modo di conoscerli meglio in seguito, anche
perché adesso sono distratta dallo spettacolo magnifico che si presenta ai
nostri occhi attraverso l'ampia vetrata: ecco la nostra prima alba
egiziana a darci il benvenuto nella Terra dei Faraoni! Circa venti minuti
dopo la colazione, mi ritrovo sul pullman diretto alla famosa Valle dei
Re, insieme alla nostra guida, una bellissima ragazza egiziana di nome
Hala (ovvero "Luce della Luna"), che ci accompagnerà per una settimana
alla scoperta del suo Paese. In un paese islamico la presenza di una donna
come guida turistica è un fatto piuttosto raro: Hala ci dice che ha
frequentato l'università e ha imparato l'italiano senza mai aver messo
piede in Italia. I bambini delle famiglie benestanti frequentano infatti
scuole private (quelle statali contano ben 50 alunni per classe!) dove
viene loro insegnata una lingua straniera a partire dall'età di tre anni
per indirizzarli al turismo, importante risorsa dell'economia egiziana.
Con il pullman costeggiamo i numerosi canali artificiali che dal Nilo si
estendono fino al limite della zona desertica. Lungo i canali ci sono le
abitazioni di fango e mattoni di argilla dei contadini. Hala ci informa
che i contadini egiziani, nonostante l'apparenza, non sono affatto poveri
perché solitamente sono proprietari della terra che coltivano. Alcune
casette hanno la facciata affrescata, segno che i suoi abitanti hanno
compiuto, da buoni musulmani, il pellegrinaggio alla Mecca. Superiamo la
striscia verdeggiante di terre coltivate e ci inoltriamo verso il deserto:
anche se ancora non si vede nulla, se non un paio di colline rocciose, ci
avvisano che siamo arrivati a destinazione: la Valle dei Re. E, mentre
proseguiamo verso il cuore della collina, su un'altura si materializza il
profilo della casa di Howard Carter, il famoso archeologo che nel 1922
scoprì l'unico sepolcro della valle lasciato quasi intatto dai
profanatori, la tomba di Tutankhamon. Scendiamo dal pullman e un trenino
per turisti (tristissimo!) ci porta fino all'ingresso della zona
archeologica vera e propria. La Valle dei Re, necropoli reale del Nuovo
Regno (1570-1085 a.C.), conta ben 62 tombe, di cui la maggior parte
purtroppo fu profanata già in epoca faraonica. L'unica tomba trovata
intatta è appunto quella di Tutankhamon; tutti gli oggetti che vi furono
rinvenuti sono oggi conservati al Museo del Cairo (che avrò il piacere di
visitare tra qualche giorno).
Insieme ad Hala ci infiliamo nella prima delle quattro tombe che
visiteremo, quella di Ramses IV. Siamo tutti sorpresi dalla miriade di
geroglifici che ci accoglie fin dalla soglia della galleria che conduce
alla stanza del sarcofago. Subito individuo alcune caratteristiche
fondamentali dei lunghi testi in bassorilievo: i cartigli, ossia figure
ellittiche che contengono il nome del faraone, e il tradizionale simbolo
egizio, l'ankh o chiave della vita, a forma di croce uncinata. Alcuni
disegni, rigorosamente di profilo, mantengono ancora gli antichi colori.
Il soffitto della sala del sarcofago raffigura la dea Nut, simbolo della
volta celeste. Rimanere ad osservare ogni particolare dei bassorilievi e
ogni dettaglio dei testi è un'esperienza unica ed emozionante, soprattutto
immaginando la tomba appena affrescata e ancora colma di tesori. La
seconda tomba che fa parte del nostro programma di visita è quella di
Thutmosi III, scavata direttamente nella roccia viva della collina a molti
metri di profondità. Anche questo sepolcro è riccamente decorato, ma il
caldo è insopportabile e tutti siamo impazienti di uscire all'aria aperta.
Ci dirigiamo quindi verso la tomba di Merenptah, nella quale è ancora
possibile vedere l'enorme sarcofago antropoide in granito: rimane un
mistero come abbiano fatto gli antichi costruttori a calare il blocco di
pietra fin quaggiù... Nella vasta sala ipostila del sarcofago mi chiedo
quale spettacolo doveva offrire questa grande tomba con le sue ricchezze
purtroppo ormai perdute.
Per finire, con un gruppetto di persone, entro nella tomba di Tutankhamon…
l'emozione è grandissima! Al contrario delle altre tombe, questa è
decorata soltanto nella camera del sarcofago ed è molto piccola. Le altre
tre camere (anticamera, annesso e tesoro) contenevano le centinaia di
suppellettili che furono trovate nel 1922 dalla squadra di Carter. Le
scene sulle pareti raffigurano Tutankhamon e il corteo funebre; la
cerimonia rituale dell'apertura della bocca eseguita dal successore di
Tutankhamon, il visir Aye, che porta sulle spalle un'elegante veste in
pelle di leopardo; una rappresentazione di dodici babbuini sacri e il
faraone accompagnato dalla dea Iside e da Anubi, protettore dei morti. Al
centro della sala rimangono ancora il sarcofago in quarzite rosa e il
sarcofago antropoide in legno dorato, destinati a custodire il corpo del
faraone per l'eternità. La mummia di Tutankhamon fu rinvenuta in
condizioni piuttosto precarie e quindi si preferì lasciarla nella tomba
anziché portarla al museo del Cairo, dove invece sono presenti altre
importanti mummie reali (Merenptah, Sethi I, Ramses II, ecc.). L'analisi
compiuta sulla mummia dal dottor Douglas Derry, membro dell'equipe di
Carter, rivelò che Tutankhamon morì, in circostanze ancora poco chiare (si
ipotizza un assassinio), a soli 18 anni. Inoltre, è ormai quasi certo che
il giovane sovrano fosse figlio di Ekhnaton - Amenofi IV, il faraone
"eretico" di Amarna.
Capitolo II -
Deir el-Bahri, Karnak e Luxor
Dopo
la visita alla Valle dei Re ci dirigiamo in pullman verso il tempio della
regina Hatshepsut (Nuovo Regno, XVIII dinastia, 1490-1468 a.C.). La
collina di roccia rossa in mezzo al deserto forma qui un'immensa
semicirconferenza che sembra creata ad arte per accogliere il maestoso
edificio. Il tempio, incastonato nella roccia, è formato da tre splendide
terrazze colonnate, collegate tra loro da una larga rampa che divide la
costruzione in due parti perfettamente simmetriche. Il tempio fu
progettato e costruito dall'architetto Senmut, secondo famoso architetto
egiziano dopo il più noto Imhotep, autore della piramide a gradoni di
Zoser a Saqqara. La leggenda vuole che Senmut fosse, oltre a primo
architetto reale, l'amante della bella regina e che abbia costruito questo
tempio proprio per immortalare l'amore che lo legava alla sovrana. La
regina Hatshepsut è passata alla storia per essere stata una delle poche
donne faraone nel corso delle tante dinastie. Figlia di Thutmosi I, dopo
la morte del padre entrò in contrasto con il nipote del defunto faraone ed
ebbe la meglio nelle lotte dinastiche che seguirono, ascendendo ella
stessa al trono d'Egitto. Si dice che portasse le barba posticcia e che
indossasse abiti maschili per affermare la propria sovranità agli occhi
del popolo. Con la morte della regina e la presa di potere di Thutmosi III,
i cartigli che portavano il nome di Hatshepsut e le immagini che la
raffiguravano vennero cancellati, affinché la memoria della donna-faraone
cadesse per sempre nell'oblio.
Finita la visita ci rechiamo al tempio di Karnak, complesso monumentale
vastissimo, dedicato soprattutto al dio Amon. Sulla strada per Karnak ci
fermiamo a fotografare i celebri colossi di Memnone. Le due statue (alte
16 metri) sono tutto ciò che rimane dell'antico tempio di Amenofi III,
monarca che le statue infatti rappresentano a dispetto del loro nome. Nel
27 a.C. un terremoto aprì nei colossi lunghe fenditure responsabili del
fenomeno per cui le statue, all'alba, quando la pietra cominciava ad
asciugarsi dall'umidità della notte, emettevano un suono simile alla
vibrazione di una corda di chitarra. Per questo motivo i Greci
identificarono i colossi con Memnone (personaggio della leggenda omerica),
ritenendo che salutasse con il canto la madre Aurora. Con il restauro del
III secolo d.C., voluto dall'imperatore romano Settimio Severo, i colossi
smisero di "cantare".
Arrivati
a Karnak ci colpisce subito il lungo viale di sfingi dalla testa di
montone. Superati i due piloni d'ingresso, siamo accolti da una grande
sala ipostila, formata da più di 100 immense colonne con capitelli a forma
di pianta di papiro. Le colonne sono alte ben 23 metri! Stupiti dalle
dimensioni gigantesche di ogni cosa, ci perdiamo tra le rovine dei vari
templi e cappelle per più di due ore, fino a ritrovarci sulle sponde del
lago sacro per contenderci la poca ombra di una palma da datteri, sognando
un bicchiere di karkade. Qualcuno approfitta della sosta per compiere
sette giri intorno alla statua di un grande scarabeo sacro (secondo la
tradizione girando intorno alla statua si riceverà in dono un po' di
fortuna... forse per i viaggi aerei che ancora ci attendono?). Intanto io
scatto le ultime foto all'obelisco di Hatshepsut, dove, in via del tutto
eccezionale, si sono conservati gli unici cartigli che portano ancora il
suo nome.
Stanchi e accaldati a causa dei 45 gradi e del sole a picco ci avviamo
verso il pullman assaliti dai venditori di souvenirs. Prossima meta:
tempio di Luxor. Il tempio è simile a quelli visti finora ma ha due
particolarità: ospita al suo interno la moschea di Abu el-Haggag e uno
degli obelischi che si trovavano all'ingresso è quello portato in patria
dai francesi e collocato in Place de la Concorde a Parigi. Per oggi le
visite archeologiche sono finite. Ci avviamo tutti verso il battello per
il pranzo, una doccia e un riposino mentre inizia la navigazione verso sud
fino ad Edfu. La sera, dopo aver acquistato nel bazar a bordo la galabya
(la tunica egiziana), assisto dal ponte al passaggio della chiusa di Esna
per superare il dislivello di sette metri che ci separa dal tratto del
Nilo Esna-Assuan.
Capitolo
III - Edfu e Kom Ombo
Anche la nostra seconda notte in Egitto è trascorsa, quindi, alle 7.00 del
mattino, ci ritroviamo tutti a fare colazione aspettando impazienti
l'inizio della visita al tempio di Edfu. Durante la notte il nostro
battello ha navigato verso sud fino alla cittadina di Edfu, a metà strada
tra Luxor ed Assuan, meta finale della crociera. Dopo essere scesi dalla
barca, prendiamo le tipiche "carrozzelle" per raggiungere il tempio di
Horus. Partiti dalla sponda sinistra del Nilo, attraversiamo il mercato,
tentando di fare qualche fotografia qua e là quando il guidatore rallenta
la corsa del cavallo. Al mercato si incontrano anche parecchie donne: qui
tra le bancarelle sono loro a dirigere gli affari e si intravedono tra la
folla i loro abiti colorati, nel caso delle giovani ancora nubili, oppure
neri, se sposate; portano quasi tutte il velo previsto dalla religione
musulmana, anche se in Egitto non c'è l'obbligo di coprirsi il volto come
invece in altri paesi islamici più tradizionalisti.
Arriviamo a
destinazione per l'ennesima volta presi d'assalto da decine di venditori:
qui si trova proprio di tutto, dai vestiti alle cartoline, dalle statuette
di finto basalto ai tipici copricapi locali, dagli scialli di lino alle
collane di semi profumati. Ma non abbiamo tempo da perdere e rimandiamo a
dopo gli acquisti per dirigerci verso il tempio che si staglia imponente
davanti a noi, spuntando come per magia dai tetti delle bancarelle. Il
tempio di Horus è più recente di quelli di Karnak e Luxor, risale infatti
all'epoca tolemaica e la sua costruzione iniziò nel 237 a.C., anni in cui
la terra d'Egitto era ormai sotto la dominazione greca. I Greci
continuarono a erigere templi secondo i modelli più antichi, rispettando
le tradizioni culturali dell'antico popolo egizio ed usando ancora la
scrittura egiziana per eccellenza, il geroglifico; ma il simbolismo e il
valore religioso della planimetria del tempio e delle sue iscrizioni in
epoca tolemaica erano ormai andati perduti. In ogni caso, il tempio di
Edfu costituisce ancora il modello esemplare di tempio egizio, con la sua
cinta muraria, le due torri che formano il pilone di ingresso, il vasto
cortile interno, la sala ipostila e il "sancta sanctorum", l'area più
segreta del tempio riservata ai soli sacerdoti, nella quale venivano
custodite la barca sacra e la statua della divinità. Il tempio di Edfu è
dedicato a Horus, il dio dalla testa di falco, figlio di Osiride e di
Iside, immagine divina di ogni faraone e del suo potere regale. Infatti,
ad accoglierci sulla soglia del santuario, c'è proprio la statua di un
falco, alta ben 3 metri, che porta le due corone del Basso e dell'Alto
Egitto. Ci facciamo scattare una foto di gruppo proprio sotto lo sguardo
vigile di Horus, sperando di godere della sua protezione durante tutto il
nostro viaggio.
La visita al tempio è finita e, sempre in "carrozzella", ritorniamo al
battello per pranzare. Gran parte del pomeriggio trascorre lungo il fiume
sacro, proseguendo la navigazione verso sud per raggiungere Kom Ombo.
Comodamente seduti sul ponte superiore si può ammirare il paesaggio lungo
il Nilo: palme da datteri, capanne di contadini, campi coltivati,
barchette azzurre ancorate a riva, isolette lussureggianti che dividono il
fiume in due rami e più oltre solo deserto. Man mano che si procede verso
sud i campi con il loro verde brillante lasciano posto alle tinte calde
del deserto ed il paesaggio inizia a cambiare: il letto del fiume si fa
sempre più stretto e le dune di sabbia più vicine; vediamo anche numerose
rovine di antichi templi e ingressi di tombe sconosciute che si affacciano
direttamente sul Nilo.
Al
tramonto arriviamo a Kom Ombo. La visita al tempio "doppio", dedicato alle
due divinità Sobek e Haroeris, è ancora più affascinante per via dell'ora
del giorno. Le pareti e le colonne si colorano di arancione e rosa,
illuminate dagli ultimi raggi di Atum-Ra, il Sole della mitologia egizia.
Alcune decorazioni conservano i colori originali e lo spettacolo risulta
ancora più bello. Questo tempio fu costruito in onore del coccodrillo
sacro, animale di cui questo tratto del Nilo abbondava in età faraonica. A
lato del corpo centrale del tempio, sono custoditi in una stanzetta poco
illuminata tre esemplari mummificati di coccodrillo. Usciti dalla zona
archeologica, ci diamo agli affari contrattando con i locali. Grazie
all'esperienza acquisita nei viaggi precedenti, ormai ho appreso i segreti
della tecnica e riesco a comprare a poco prezzo tutto quello che desidero.
Tornati sul Sultan, dopo un bicchiere di limonata calda per dissetarci e
una doccia, ci vestiamo con la galabya comprata la sera precedente in
occasione della cena egiziana che è stata organizzata. Nel frattempo, la
navigazione lungo il Nilo continua.
Capitolo IV - Assuan: la Grande Diga e il tempio di File
Al mattino di questo terzo giorno nella Terra dei Faraoni ci ritroviamo,
dopo una notte intera di navigazione, nella cittadina di Assuan, sulla
riva destra del Nilo. In questo tratto il fiume sacro si divide in
numerosi piccoli rami che conferiscono al paesaggio un carattere
particolare, che avremo modo di ammirare durante la gita in feluca
organizzata per il pomeriggio. Assuan è famosa soprattutto per la Grande
Diga, eretta nel 1960-64, da cui ha avuto origine il lago Nasser, che deve
il suo nome al presidente Gamal Abd en-Nasser, che ne volle la costruzione
per migliorare i settori agricolo ed economico dell'Egitto moderno. A
inaugurare la nuova giornata egiziana è la visita alla Diga Vecchia di
Assuan (costruita all'inizio del XX secolo e ingrandita alla fine degli
anni Venti), a cui segue quella alla Grande Diga, situata 8 km più a
monte. Dalla strada sopraelevata che si trova sulla diga si scorgono verso
nord il profilo dell'isola Elefantina e dei palazzi di Assuan, nonché i
tanti rami del Nilo che rendono questo luogo unico al mondo, verso sud il
grande lago Nasser, che si estende per ben 500 km fino al Sudan, bagnando
i piedi dei templi di Abu Simbel. Da qui sopra ci si rende davvero conto
di quanto sia enorme la Grande Diga con i suoi 3600 metri di lunghezza e
111 di altezza, profonda alla base di 980 e alla sommità di 40 metri e con
un volume complessivo di 42,7 milioni di metri cubi! Soltanto l'imponenza
della Grande Piramide di Cheope mi farà sentire ancora più piccola di
così... Nonostante le grandi migliorie riscontrate in molti settori
dell'economia dopo la costruzione della Diga di Assuan, sono stati
numerosi anche gli svantaggi di questa monumentale impresa: innanzitutto
l'aumento di salinità nella zona del Delta, poi il drastico cambiamento
dell'ecosistema, gli svantaggi nel campo della pesca e così via. Uno dei
danni più gravi causato dalla costruzione delle due dighe è stato forse
quello che ha colpito i numerosi templi che si trovano lungo le rive del
fiume, soprattutto in Nubia, che sarebbero stati sommersi dalle acque del
lago Nasser senza l'intervento dell'UNESCO. Quattordici templi, tra cui il
famoso tempio di Abu Simbel, sono stati salvati dalle acque grazie alla
loro accurata ricostruzione, dopo averli smontati, in luoghi più sicuri. I
templi nubiani quindi non si trovano più nei siti originari, ma
fortunatamente è ancora possibile ammirare la loro straordinaria bellezza.
Dopo la visita alla Grande Diga, ci rituffiamo nel passato con un salto di
3500 anni. La nostra prossima meta è infatti un'antica cava di granito,
materiale per cui questa zona era famosa già nell'antichità (e da cui si
ricavavano i blocchi per la costruzione dei templi), per vedere il
misterioso obelisco incompiuto. Su una piccola collinetta affiora dalla
roccia, steso in orizzontale, un obelisco, scolpito in un unico pezzo di
granito, lungo circa 40 metri. L'obelisco risale probabilmente al periodo
della regina Hatshepsut e fu lasciato incompiuto, intrappolato nella
roccia per l'eternità, forse a causa delle crepe che si erano aperte nel
granito. Senza sosta, ci avviamo con Hala verso il Nilo per salire,
ovviamente non prima di aver acquistato un braccialetto con relativo
scarabeo portafortuna e qualche collana di semi, su una barchetta a motore
che ci porterà fino all'isola di Agilkia. Quella di Agilkia è una delle
tante isolette di cui questo tratto del fiume abbonda, ma ha una
particolarità, quella di ospitare il complesso monumentale di File,
salvato per miracolo dalle acque nel 1972-80. Il tempio di File (Epoca
Tarda, XXX dinastia, IV secolo a.C.), che si trovava sull'omonima isola,
fu infatti semisommerso con la costruzione della Diga Vecchia e solo negli
anni Settanta si provvide a scomporlo in varie parti e a trasferirlo su
un'isola più alta, quella di Agilkia, che lo ospita ancora oggi. Le
colonne del tempio portano ancora il segno delle acque del Nilo. Collocato
su questa isoletta verdeggiante e circondato dal fiume, il tempio si
intona armoniosamente con il paesaggio e merita davvero qualche foto
scattata dalla barca. Stanchi, sudati e affamati, ma nel frattempo
contenti per tutto quello che abbiamo potuto vedere, finalmente possiamo
rifocillarci ritornando alla nostra barca per il pranzo. Ci aspetta un
pomeriggio particolare con una gita in feluca, l'imbarcazione a vela
tipica del luogo.
Capitolo V - Assuan: la gita in feluca e il villaggio
nubiano
Per questo pomeriggio non sono previste tappe archeologiche, ma una "full
immersion" nell'ambiente nilotico e nelle tradizioni nubiane, che,
nonostante l'afflusso sempre maggiore di turisti, conservano ancora le
proprie caratteristiche principali nei villaggi sull'altra sponda del
Nilo. Non appena terminato il pranzo, ci rechiamo all'imbarcadero per
noleggiare una feluca. Per prima cosa circumnavighiamo l'Isola Elefantina.
L'origine del nome di questa grande isola fluviale è ancora poco chiara:
probabilmente deriva dalle numerose rocce che ricordano le zampe di un
elefante che affiorano dall'acqua, mente una teoria più semplice vuole che
l'appellativo "elefantina" sia motivato dalla forma dell'isola stessa, una
testa di elefante. L'ipotesi più plausibile è però quella che può essere
definita "storica" secondo la quale questo particolare nome deriva dalle
numerose carovane di passaggio, formate appunto da elefanti, dei principi
della Nubia che si dirigevano verso Tebe o Menfi per rendere omaggio al
faraone. Al tempo dei faraoni, infatti, in queste zone non era rara la
presenza di animali esotici (oggi diffusi soltanto nell'Africa più
meridionale a causa del lento processo di desertificazione), quali leoni,
gazzelle, struzzi ed anche elefanti, come dimostrano alcuni reperti della
tomba di Tutankhamon che raffigurano scene di caccia al ghepardo o al
leone; per non parlare dei numerosi ventagli di piume di struzzo o delle
vesti in pelle di leopardo trovati da Carter nella medesima tomba. L'Isola
Elefantina è famosa anche perché fu proprio qui che nel 230 a.C. il greco
Eratostene tentò la misurazione della circonferenza terrestre.
Costeggiamo
quindi l'Isola degli Alberi o Isola Kitchener, a nord-ovest dell'Isola
Elefantina, oggi orto botanico dove crescono numerosi tipi di rare essenze
tropicali asiatiche e africane. Durante la navigazione tra le decine di
isolette che rendono così particolare il paesaggio, siamo letteralmente
presi d'assalto dai bambini locali che scendono dalle feluche di passaggio
per raggiungerci a bordo di minuscole barchette artigianali a misura di
infante, per poi attaccarsi piratescamente alla nostra imbarcazione e
cantarci "Un mazzolin di fiori" o "Bella ciao" nella speranza di ricevere
qualche spicciolo o un po' di caramelle. Dopo esserci svuotati le tasche,
arriviamo in prossimità della sponda sinistra del Nilo dove ci accolgono,
spuntando dalle dune di sabbia, le tombe degli antichi principi locali e
il mausoleo dell'Agha Khan (capo religioso della setta musulmana degli
Ismaeliti).
A questo punto
facciamo nuovamente rotta verso le isole centrali del fiume per prendere
una barca a motore che ci porterà più velocemente al villaggio nubiano,
nostra meta finale. Attraversando un tratto del Nilo con numerosi scogli e
canneti, tra i giunchi riusciamo a scorgere qualche ibis, uccello sacro
per gli antichi Egizi. Il tragitto verso il villaggio è piuttosto lungo,
ma la bellezza del paesaggio ci distrae. Ci lasciamo alle spalle la
moderna Assuan con i suoi palazzi e i suoi negozi, oltrepassiamo le isole
costellate di alberghi lussuosi, tra i quali il famoso "Old Cataract", set
del celebre "Assassinio sul Nilo", e finalmente ci ritroviamo immersi
nella natura: da una parte le isolette rocciose e verdeggianti, dall'altra
le enormi dune del deserto che in questo tratto toccano le rive del fiume
senza lasciare spazio ai terreni coltivati.
L'atmosfera
surreale svanisce per il vocio dei bambini: siamo arrivati al villaggio
nubiano e un'orda di ragazzini dalle vesti sgargianti ci dà il benvenuto
prendendoci per mano e tentando di venderci qualche bambolina di legno. Al
villaggio ci aspetta la famiglia del capo, tra l'altro padre della maggior
parte di questi bambini, con un ottimo bicchiere di karkade. Dopo il
karkade visitiamo una tipica abitazione nubiana, purtroppo ormai diventata
una sorta di attrazione per turisti: scopriamo infatti che il capo, le sue
quattro mogli e i suoi circa 25 bambini vivono in una casa moderna a
qualche centinaio di metri di distanza, con tanto di impianto di aria
condizionata e di altre comodità occidentali. Comunque il villaggio in
generale rimane abbastanza fedele alla tradizione, anche se non mancano le
speculazioni economiche: ci facciamo anche noi spennare, inteneriti dagli
occhioni dei bambini, comprando le classiche bamboline.
Ritornati alla
nostra motonave, ci aspetta dopo cena una passeggiata in carrozzella fino
alla più moderna moschea di Assuan, nella quale però non possiamo entrare
essendo l'ora della preghiera. Segue uno spettacolo di danza del ventre, a
cui molti di noi tentano di partecipare imitando la ballerina con scarsi
risultati. Questa è l'ultima sera di crociera sul Nilo perché domani, dopo
una tappa ad Abu Simbel, partiremo per il Cairo.
Capitolo VI -
Abu Simbel
All'alba del 7 luglio ci svegliamo tutti assonnati, dopo aver trascorso la
sera precedente tra danza del ventre e fumatine di narghilè al mercato di
Assuan. La stanchezza però scompare quando è il momento di prendere il
volo che in 40 minuti ci porterà ad Abu Simbel per visitare i grandiosi
templi di Ramses II. L'aereo rimane il mezzo più comodo per raggiungere il
sito archeologico di Abu Simbel, che si trova a 250 km da qui sul confine
con il Sudan, anche se una gita in 4X4 sarebbe stata senza dubbio più
affascinante. Ben presto iniziamo ad atterrare all'aeroporto turistico di
Abu Simbel, planando dolcemente a pochi metri dalla superficie del lago
Nasser, su cui si affacciano i due famosi templi. Finalmente a terra,
possiamo scorgere in lontananza le colline che ospitano i due edifici. Il
Grande Tempio ed il tempio di Hathor, costruiti dal celebre Ramses II
(Nuovo Regno, XIX dinastia, 1290-1224 a.C.), furono spostati durante gli
anni Sessanta per salvarli dalle acque che li avrebbero altrimenti
sommersi: oggi due colline artificiali ospitano i templi, smontati e poi
rimontati 64 metri più in alto rispetto al sito originario.
Lo
spettacolo è straordinario: la distesa d'acqua del lago Nasser brilla
sotto i raggi del sole, che si alza lentamente fino a raggiungere lo zenit
illuminando le facciate dei due templi. La maestosità dei quattro colossi
di Ramses II del Grande Tempio è davvero indescrivibile. Il volto sereno
di Ramses rimarrà inalterato nell'eternità, nonostante il trascorrere dei
millenni, fisso verso l'orizzonte. Queste gigantesche figure del sovrano
(sono alte ben 20 metri!) portano il nemes sormontato dalla doppia corona
dell'Alto e del Basso Egitto, pettorali e bracciali su cui sono incisi i
cartigli con le varie titolature del faraone. Scatto numerose foto alla
facciata e finalmente sono pronta ad entrare attraversando il grosso
portale, sormontato da una nicchia che ospita la figura di Ra-Horakhty,
nella forma di un falco, dio protettore del tempio e simbolo del sole che
sorge.I bassorilievi e i geroglifici sulle pareti celebrano le gloriose
imprese belliche del faraone ed in particolare la nota battaglia di Qadesh,
in cui secondo la cronache egiziane Ramses II sconfisse Muwatalli e
l'esercito ittita. Attraversati il pronao ed il vestibolo con le loro
magnifiche raffigurazioni, si giunge al sacrario, che ospita le statue di
Amon-Ra, Ptah, Ra-Horakhty e del faraone stesso divinizzato. Hala ci
spiega che, secondo la tradizione egiziana, all'alba di due particolari
giorni dell'anno i raggi del sole nascente, passando attraverso il portale
d'ingresso e fendendo l'oscurità del tempio, arrivano ad illuminare i
volti delle divinità, escluso quello di Ptah. Sulla destra del Grande
Tempio c'è il tempietto di Hathor, fatto erigere da Ramses per omaggiare
la bella moglie Nefertari, incarnazione vivente della dea Hathor. Le scene
scolpite sulle pareti interne sono di incredibile bellezza e testimoniano
l'amore che legava il faraone alla regina.
Lasciandoci alle spalle le storie d'amore e di guerra dei templi di Abu
Simbel riprendiamo l'aereo per tornare ad Assuan. Dopo un ultimo pranzo
gustoso a bordo del Sultan, salutiamo a malincuore le acque del Nilo che
ci hanno tenuto compagnia durante questi quattro giorni. Incontreremo
nuovamente il Nilo soltanto al Cairo, ma ormai diviso tra i numerosi rami
del Delta. Per la seconda volta nella stessa giornata, ci rechiamo
all'aeroporto di Assuan. Destinazione: Il Cairo. Un'oretta di volo e ci
troviamo immersi nella vita frenetica di una delle più grandi metropoli
africane. Durante il tragitto in pullman verso l'albergo le luci del
tramonto rivelano le ombre dei grattacieli, delle moschee, della Torre del
Cairo e delle tre piramidi di Giza che appaiono come un miraggio in
lontananza. Da domani faremo un salto a ritroso nel tempo fino agli albori
della civiltà: ci aspettano le piramidi di Giza, la piramide a gradoni di
Saqqara ed il deserto di Menfi.
Capitolo VII - Giza: le tre piramidi e la Sfinge
Mi sveglio di buon mattino e il mio sbadiglio si accompagna al canto del
muezzin, che dall'alto del vicino minareto chiama i fedeli alla moschea
per la preghiera mattutina: mi ritrovo nell'Egitto moderno. I templi
maestosi sono stati sostituiti da imponenti moschee e da alti grattacieli
e l'asfalto ha preso il posto delle sabbie del deserto con cui avevo preso
familiarità nei giorni appena trascorsi. In ogni caso le note arabe del
muezzin fanno cominciare la giornata nel migliore dei modi e mi alzo di
buon umore sapendo che presto potrò rituffarmi nel passato. L'itinerario
di oggi prevede una mattinata a Giza e un salto a Menfi, capitale
dell'Antico Regno (2628-2134 a.C.): l'alba della civiltà egizia. Faccio
colazione di fretta e vado di corsa verso il pullman che ci aspetta nel
piazzale dell'albergo. Durante tutto il tragitto non faccio altro che
pensare a quelle tre piramidi che da sole sono il motivo principale del
mio viaggio in Egitto.
Finalmente arriviamo a Giza, che dista pochi chilometri dal centro del
Cairo ed è addirittura lambita dalle case dei sobborghi. Le tre piramidi
sovrastano i tetti delle abitazioni che luccicano sotto il sole: il cielo
azzurro, libero dalle nuvole, è il degno sfondo di questa vista
indescrivibile. E' una fortissima emozione per la mia mente innamorata di
tutto ciò che è Antico Egitto: dopo essermi appassionata a lungo a questi
monumenti, essermi documentata e aver approfondito ogni aspetto della loro
storia millenaria, eccomi qui a realizzare il mio sogno! Nonostante il
paesaggio sia deturpato dalle strade asfaltate e dalle abitazioni di
cemento, il panorama è ancora meraviglioso e ricco di fascino: la Sfinge,
sovrana di Giza, segna il passaggio dalla città al deserto, che inizia
proprio qui, interrompendo bruscamente la distesa di lamiere e mattoni.
Per
prima cosa ci dirigiamo verso il recinto della Sfinge, che ci dà il
benvenuto nell'Antico Regno. Sono state molte le ipotesi avanzate dagli
studiosi, soprattutto negli ultimi decenni, sull'identità del volto umano
di questo enorme leone (lungo 57 metri e alto 20). Secondo l'archeologia
ufficiale, la Sfinge rappresenta Chefren (Antico Regno, IV dinastia,
2520-2594 a.C.), autore della seconda piramide di Giza e figlio del più
noto Cheope, ma sono stati in molti a formulare nuove teorie, avvalendosi
di prove astronomiche, storiche e geologiche, spostando la data di
costruzione della Sfinge a ben 8.000 anni prima, fino al lontano XI
millennio a.C.: il dibattito resta ancora aperto... Non perdo tempo e
scatto una decina di fotografie per conservare nel tempo il ricordo di
questa giornata. La Sfinge... non riesco a distogliere lo sguardo da lei,
seshep-ankh Atum: "immagine vivente di Atum", signore di tutti gli dei. A
malincuore mi allontano, separandomi dal mio gruppetto per raggiungere il
Tempio della Sfinge, un'antichissima costruzione fatta di enormi blocchi
di granito.
Si sta facendo tardi e quindi mi unisco nuovamente agli altri per
osservare da vicino la Grande Piramide (Cheope, Antico Regno, IV
dinastia). Anche in questo caso, esplodo di felicità quando mi avvicino
per toccare uno dei tantissimi blocchi di granito (alcuni pesano
addirittura 200 tonnellate: incredibile ma vero!) che la compongono. Come
per la Sfinge, anche per la Grande Piramide e le sue due compagne sono
state fatte decine di ipotesi sulle modalità e la data della loro
costruzione e sulla loro reale funzione. L'egittologia "ortodossa" ha da
sempre sottolineato la funzione sepolcrale delle tre piramidi, ma molti
egittologi (o presunti tali) sono contrari, sostenendo le loro
argomentazioni con il fatto che nelle tre piramidi non sono mai stati
trovati sarcofagi, mummie o, cosa davvero singolare, iscrizioni di
qualsiasi genere. Mentre ammiro ciò che è rimasto dell'ultima delle
leggendarie meraviglie del mondo ancora in piedi, mi ritrovo a
fantasticare sulle ipotesi di civiltà atlantidee perdute e di fantasiose
connessioni astrali...
L'edificio
è davvero maestoso e la migliore definizione che si può dare della Grande
Piramide è forse quella di "sublime": alta 137 metri (in origine 146), la
piramide ne misura 230 per lato. L'itinerario della visita prevede di
entrare soltanto nella terza piramide (Micerino, Antico Regno, IV
dinastia). Sono molto delusa venendo a sapere che l'ingresso nella Grande
Piramide è limitato soltanto ad un certo numero di visitatori al giorno.
Hala però sa che quello di entrare nelle piramide di Cheope è uno dei miei
desideri più grandi: insieme ci avviamo alla biglietteria e, dopo una
calorosa discussione in arabo, mi fa avere un biglietto per l'ingresso.
Oggi è il mio giorno fortunato! Lasciandomi i compagni alle spalle procedo
verso l'ingresso della Grande Piramide. Tutta sola sprofondo nell'oscurità
più totale, che presto si trasforma in penombra. Ho i brividi, forse per
la gioia o forse per una sottile vena di paura e di rispetto. Percorro gli
stretti cunicoli quasi in ginocchio e seguo la debole luce elettrica che
li illumina. La camera sotterranea è momentaneamente chiusa e dunque mi
dirigo verso la Camera del Re, il cuore della piramide. Non c'è davvero
nessuno all'interno della costruzione, il silenzio domina incontrastato.
Sono sopraffatta dalle emozioni. E' il momento più bello che ho vissuto
fino ad ora: niente è stato più emozionante, né il Taj Mahal in India, né
la Moschea Azzurra di Istanbul, nemmeno il cielo stellato delle notti
sahariane... Mi godo ancora questi attimi, ma purtroppo il tempo stringe e
perderò l'appuntamento con il mio gruppo se non mi affretto. Faccio un
ultimo salto alla Camera della Regina e poi sono di nuovo all'aperto,
abbagliata dal cocente sole egiziano.
L'appuntamento è ai piedi della piramide di Micerino. Questa volta
entriamo tutti insieme ed è decisamente un'altra cosa: la piramide è molto
più piccola (66 metri di altezza e 108 di lunghezza dei lati) e si sente
molto di più il caldo soffocante del deserto, ammassati come siamo
nell'unica piccola stanzetta. Dopo un sorso di acqua fresca, decidiamo di
salutare Giza con una divertente cammellata tra le piramidi. Non è la mia
prima esperienza con i simpatici dromedari e mi sento perfettamente a mio
agio a cavalcioni della "nave del deserto". Qualcuno si lamenta, ma la
maggior parte del gruppo si fa un sacco di risate per gli scherzi di
questi animali dispettosi. Scatto, non senza difficoltà, le ultime foto
panoramiche dall'alto della gobba del mio dromedario. La gita a Giza è
terminata, lasciandomi il ricordo indelebile di una mattinata densa di
emozioni.
Capitolo VIII -
Saqqara e la necropoli di Menfi
In tarda mattinata ci aspetta un pranzo squisito a base di pesce. Dopo un
breve tragitto in pullman, prima tra le strade trafficate del Cairo e poi
tra la sabbia egiziana, arriviamo a Menfi. La città, capitale dell'Antico
Regno, fu fondata dal primo faraone Menes (3000 a.C. circa), unificatore
di Alto e Basso Egitto. Purtroppo non rimane molto a testimoniare il
passato splendore della città. Tutto quello che ormai si può vedere in
un'area allestita a museo archeologico è un colosso di Ramses II, la cui
espressione ricorda molto da vicino quella del Grande Tempio di Abu Simbel,
ed una sfinge di alabastro. Il colosso di Ramses, sebbene giaccia disteso
orizzontalmente, non ha perso comunque la sua imponenza: è alto infatti
ben 10 metri. La sfinge, di dimensioni ridotte rispetto a quella di Giza,
risale con molta probabilità al regno di Amenofi II (Nuovo Regno, XVIII
dinastia, 1438-1412 a.C.), ma c'è anche chi la attribuisce alla regina
Hatshepsut. I due monumenti principali sono circondati da altri
innumerevoli reperti archeologici di valore più modesto.
Ci aspetta ora il complesso funerario di Zoser (Antico Regno, III
dinastia) con la famosa piramide a gradoni di Saqqara. La piramide, la
prima della storia egiziana, fu costruita secondo il progetto di Imhotep,
visir e medico di corte, nonché primo architetto della storia. Imhotep,
famoso non solo per la sua abilità di architetto ma anche per le sue
capacità di guaritore, divenne fin dai primi anni che seguirono la sua
morte un personaggio leggendario, protagonista di molti aneddoti tanto da
rappresentare la tipica figura del saggio per eccellenza; le sue massime,
trascritte in numerosi testi, vennero seguite fino all'epoca tolemaica,
duemila anni più tardi. Il sole comincia a tramontare e la piramide a
gradoni, insieme al geometrico recinto che la racchiude e alle mastabe
circostanti, inizia a colorarsi di nuove tonalità rossastre. Ma le
sorprese non sono finite, perché Hala decide di portarci in una tomba poco
conosciuta (la tomba di Ty), non compresa nei tradizionali itinerari
turistici. Ci incamminiamo nel deserto fino a raggiungere il modesto
ingresso di un ipogeo nascosto dalle dune. Con grande meraviglia ci
accolgono numerosi altorilievi che possiedono ancora oggi, dopo
quattromila anni, i colori originali. Le figure rappresentano scene di
vita quotidiana, dalla caccia alla pesca, dalla vita nei campi alla
preparazione del pane, per ricordare, durante il viaggio verso il regno di
Osiride, i momenti felici della vita trascorsa del defunto. All'interno
della tomba facciamo anche un incontro particolare con il tipico abitante
del luogo: lo scarabeo sacro, che allegramente compare da un buco del muro
per poi scomparire dall'altro lato della stanza. Dopo questo incontro
inaspettato, il disco solare tramonta definitivamente ricordandoci che è
ora di tornare in albergo. Domani sarà una giornata altrettanto
interessante con la visita al Museo Egizio e una passeggiata tra le
bancarelle del Cairo.
Capitolo IX - Il Cairo: il Museo Egizio
Alle 9.00 di mattina del nostro ultimo giorno in Egitto, eccoci riuniti in
una delle più belle piazze del Cairo, sulla quale si affaccia il celebre
Museo Egizio. Il museo, fondato dall'archeologo francese Auguste Mariette
nel 1858, ospita più di 6000 reperti, tant'è che può essere considerato
una sorta di paradiso dell'egittologo o, ancora meglio, una "Caverna di
Alì Baba" dagli inestimabili tesori. Il giardino antecedente l'edificio è
occupato dalla tomba di Mariette e da una bellissima fontana ricca di
piante di papiro e fiori di loto, la flora più caratteristica delle rive
del Nilo. Entrati nel museo, ci perdiamo tra la grande quantità di
suppellettili, organizzati in oltre 100 sale e disposti su due piani.
Purtroppo il tempo scarseggia ed una mattina non è certo sufficiente per
soffermarsi con attenzione su ogni reperto. Seguendo i consigli di Hala,
decidiamo di approfondire soltanto la visita della galleria del tesoro di
Tutankhamon, che costituisce il "pezzo forte" dell'intera collezione. Ma
non mi do assolutamente per vinta e decido di fare anche una passeggiata
tra le statue imponenti e i sarcofagi massicci del primo piano, che
raccoglie, in ordine cronologico, i più noti reperti dell'Antico Egitto.
Passeggiare tra questi colossi dell'archeologia è un po' come un ritorno
al passato ed un riassunto di tutte le località che ho visitato finora:
qui ci sono oggetti provenienti da siti archeologici disseminati lungo
l'intero corso del Nilo. Osservo soprattutto le statue più famose,
insomma, quelle che più spesso si trovano sui libri di storia: la statua
calcarea di uno scriba accovacciato (IV-V dinastia, Saqqara), le due
statue del principe Raothep e della principessa Nefert (IV dinastia,
Meidun), una ritratto in basalto nero del faraone Chefren (IV dinastia,
Giza) e così via nel trascorrere di secoli e di regni. Prima di salire al
secondo piano, merita qualche minuto di attenzione la saletta dedicata ai
reperti di Amarna e al regno di Amenofi IV, meglio conosciuto con il nome
di Ekhnaton. Ad Ekhnaton (Nuovo Regno, XVIII dinastia, 1364-1347 a.C.) si
deve la famosa eresia di Amarna, con la quale il culto egizio politeistico
divenne monoteistico. Il faraone, con l'adorazione di un unica divinità,
il disco solare Aton, tolse ogni forma di potere politico ai sacerdoti di
Amon e trasferì la capitale del regno da Tebe ad Amarna, sperduta località
nel deserto. Il culto politeistico venne ripristinato soltanto dal
successore Tutankhamon e la città di Amarna fu rasa al suolo. Quella di
Ekhnaton può essere considerata una vera e propria rivoluzione, un
radicale schiaffo alle millenarie tradizioni egiziane: l'arte amarniana
raffigura il divino faraone senza rispettare i canoni artistici usuali; le
statue del faraone hanno un singolare tocco di femminilità e risultano
assai particolari, tanto da meritare uno sguardo più attento.
Mi rendo conto che il tempo scorre velocemente e quindi mi affretto a
salire al secondo piano per raggiungere il tesoro di Tutankhamon (Nuovo
Regno, XVIII dinastia, 1347-1338 a.C.). Durante la visita tra queste sale
gli occhi dei turisti sembrano brillare per lo scintillio degli ori. La
bellezza di questi tesori è indescrivibile e tutti passano tra le teche
meravigliandosi per la perfezione delle decorazioni e le emozioni espresse
dalle scene rappresentate: lo schienale dorato del trono di Tutankhamon è
decorato con cornalina, turchesi e lapislazzuli che incorniciano una scena
in cui la sposa del faraone, Ankhesenamon, porge unguenti al consorte; una
cassapanca in legno ornato celebra le imprese di guerra reali; un
magnifico scrigno di alabastro contiene i vasi canopi del giovane faraone;
da una enorme portantina dorata domina la statua dello sciacallo Anubi.
Continuo a perdermi tra le teche osservando cocchi, cofanetti,
poggiatesta, letti, giochi da tavolo, archi, scudi, pugnali, ventagli,
bastoni, vasi, modellini di barche sacre, busti del re, sedie, sandali,
mantelli di perline, bracciali, orecchini, pettorali... si potrebbe andare
avanti all'infinito. Prima di terminare la visita, entro in una sala buia
illuminata soltanto dallo splendore della maschera funeraria di
Tutankhamon, famosissimo emblema del giovane faraone. La maschera, così
come i due sarcofagi che sono stati posti qui, è in oro massiccio decorato
da lapislazzuli. Il volto di Tutankhamon esprime un'incredibile serenità:
ecco un altro dei tanti momenti più emozionanti del mio viaggio in Egitto.
Mentre i miei compagni di viaggio fanno acquisti al negozio di souvenirs
del museo, ne approfitto per dare un'occhiata alla sala delle mummie
reali, conservate sotto particolari teche di vetro a temperatura, umidità
e pressione ben controllate. Mi colpisce molto la mummia di Ramses II:
anche il grande costruttore di Abu Simbel, con i suoi capelli bianchi e il
viso consumato da ben novant'anni di vita, si rivela un semplice uomo. La
mattinata volge al termine e pranziamo a bordo di un battello attraccato
sulla riva di uno dei bracci principali del Delta. Dalle finestre si
scorgono i minareti e i grattacieli, ma su tutti svetta la Torre del
Cairo, che dall'isola di Gezira sovrasta l'intera metropoli.
Capitolo X - Il Cairo arabo
Subito
dopo pranzo ci aspetta una tappa ad un laboratorio di fabbricazione di
papiri, ad una gioielleria e ad un negozio che vende essenze tradizionali,
dal fiore di loto al legno di sandalo. In realtà, il pomeriggio è dedicato
all'Egitto arabo, con le sue tradizioni islamiche e moresche. La nostra
prima meta è infatti la Cittadella, detta in arabo El-Qala, residenza
fortificata del Saladino che ospita edifici di epoca ottomana e mamelucca,
ma anche la più recente moschea di Muhammad Ali. La nostra visita
incomincia dalla moschea di En-Nasir Muhammad, costruita nel 1318. La
moschea presenta i tradizionali elementi architettonici del mondo arabo
egiziano: è infatti dotata di un cortile interno a cielo aperto,
circondato da un porticato le cui colonne provengono da edifici egizi,
greco-romani e bizantini. A pochi metri dalla moschea mamelucca, sorge la
moschea di Muhammad Ali (1824-1848), che si distingue dalle altre perché
segue i canoni architettonici degli edifici religiosi turchi: la sala
della preghiera è coperta e le dimensioni sono maggiori rispetto alla
norma egiziana. Le decorazioni della moschea sono davvero particolari,
tanto da meritare la definizione di "barocco ottomano". Il pregio
dell'edificio sta nel possedere una sorta di terrazzo-giardino dal quale
si possono ammirare, grazie alla posizione elevata, le piramidi di Giza,
Abu Sir e Saqqara.
Siamo ormai tutti stanchi per le numerose tappe della giornata, ma quello
che ci aspetta è davvero imperdibile: il mercato di Khan el-Khalili, il
paradiso del commercio arabo. Ci avviamo in pullman verso la zona del
mercato, ma prima facciamo una sosta alla "Città dei Morti", quartiere
orientale della città. Qui si trovano le fastose tombe delle storiche
famiglie abbienti del Cairo, ma la necropoli oggi risulta popolata dai
senzatetto e dai profughi fuggiti dall'area del canale di Suez dopo il
1967. Hala ci dice che secondo alcune stime ufficiose sono ben 5 milioni
gli abitanti della zona, da aggiungere ai 15 milioni ufficiali di
cittadini del Cairo. Questa è purtroppo l'altra faccia della medaglia
della più grande metropoli dell'Africa Mediterranea.
Dopo
i giorni passati sulle acque del Nilo vicino ai monumenti di pietra e alle
testimonianze degli antichi faraoni, ci aspetta il contatto con gli
egiziani del 2000: siamo arrivati al bazar di Khan el-Khalili. Cerchiamo
di mantenere compatto il gruppo ma ovviamente risulta impossibile non
perdersi tra il dedalo di vicoli, stradine e bancarelle. Qui a Khan
el-Khalili si può trovare davvero di tutto e si possono fare degli
acquisti convenienti, a patto di adeguarsi alla tradizione locale che
prevede una lunga serie di trattative, magari accompagnate da un bicchiere
di karkade. Per prima cosa entro in qualche negozietto palesemente
turistico per comprare i classici souvenirs da portare ad amici e parenti:
scarabei portafortuna, finti papiri fatti con foglie di banano, statuette
di finto basalto e tanti altri ricordini egiziani. Passeggiando per le
strade del mercato mi ritrovo casualmente di fronte a un famoso caffè del
Cairo, El Fishawy, dove alcuni locali sono seduti a fumare narghilè. Mi
addentro poi in un labirinto di piccoli negozi per cercare il tipico
copricapo egiziano, che non possiede un nome ben preciso ma è qualcosa di
abbastanza simile al fez marocchino. Un anziano commerciante mi convince
ad entrare nella sua bottega, ma qualcosa evidentemente va storto e
finiamo per litigare. E' quasi arrivata l'ora di ritornare al pullman e
faccio appena in tempo a comprare, per la modica cifra di 7 lire egiziane,
ma ovviamente non senza aver contrattato a lungo, quello che desideravo.
Prima di partire faccio una foto a una bancarella che vende narghilè e do
un'occhiata veloce alla vicina moschea di El-Azhar.
Epilogo
Purtroppo è già il 10 luglio e si torna a casa: volo MS 803 Air Sinai Il
Cairo-Malpensa delle 11.45. In aeroporto salutiamo con un abbraccio Hala,
che ci ha svelato i misteri dell'Antico Egitto, e Muhammed, che ha
organizzato il viaggio in ogni minimo dettaglio. All'arrivo a Malpensa il
tempo è davvero pessimo, con una fastidiosa pioggerellina che ci dà il
bentornato in Italia. Aspettando il pullmino che mi porterà al parcheggio
dell'aeroporto, ripenso alla settimana ormai trascorsa: l'eterna Valle dei
Re, il Nilo con le sue isole rigogliose, i maestosi templi di Abu Simbel,
Il Cairo con le sue meraviglie e le sue contraddizioni, le piramidi e la
Sfinge di Giza, i deserti di Menfi e di Saqqara... Un viaggio
indimenticabile!
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