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. : : T E R A N G A !
I L C A L O R E D E L S E N E G A L
: : .
Prologo - La
voce del Continente Nero
Il
richiamo dell’Africa ha una voce costante, ti tormenta nei momenti di
solitudine, monopolizza il tuo pensiero e ti rende inquieto. Sai sempre
che devi tornare, ma non sai mai come e quando. Poi in un piovigginoso
giorno di settembre, quando l’autunno comincia a battere alle porte e le
foglie sugli alberi iniziano ad ingiallire, ti ritrovi su un volo
intercontinentale che solca i cieli verso l’Equatore. E, finalmente, è
ancora Africa!
Il
Boeing 757 attraversa uno spesso strato di nuvole candide e in meno di tre
ore abbandona il nostro Mediterraneo lasciandosi le Colonne d’Ercole alle
spalle. Sbircio giù dal finestrino, è la prima volta che mi capita di
passare sopra lo stretto di Gibilterra. Soltanto ora realizzo che i due
lembi di terra sono davvero vicinissimi, una manciata di chilometri di
mare agitato separa due continenti così prossimi sulla carta ma così
diversi e lontani nell’immaginario collettivo. Non ho tempo a sufficienza
per godermi il momento che l’aereo sta già sfiorando la pista di
atterraggio dell’aeroporto Mohammed V di Casablanca. Le sei ore nell’area
di transito, in attesa della coincidenza, trascorrono leggendo e
osservando la variegata fauna umana che popola gli aeroporti di tutto il
mondo. Qui strano ma vero siamo gli unici occidentali, evidentemente di
questi tempi in molti decidono di evitare alcune mete cosiddette a
rischio… peggio per loro!
Anche
sul volo per Dakar siamo gli unici turisti. Gran parte dei passeggeri
indossa gli abiti tradizionali dell’Africa Occidentale. Una bella signora
dal bobou dorato prende posto nella fila davanti a me, per la prima volta
mi sento fuori luogo con i miei jeans e le scarpe da ginnastica; nei
prossimi giorni imparerò ad apprezzare la comodità di un bobou e di un
paio di ciabatte. Pochi minuti dopo il decollo viene servita la cena, ma è
quasi mezzanotte e preferisco tentare di dormire fantasticando sui
territori che scorrono 10.000 metri più in basso… Marocco, Sahara
Occidentale, Mauritania… Senegal!
Dopo un viaggio interminabile, alle tre del mattino metto piede in terra
africana. Come prevedibile non è finita qui, mi aspetta ancora una lunga
coda al controllo passaporti e una mezz’oretta di attesa al ritiro
bagagli. Esco nell’ampio piazzale che fronteggia il basso edificio
dell’aeroporto, sembra di entrare in una serra di umidità e calore.
Qualche minuto di presentazioni, poi Mbake e Seydou caricano gli zaini sul
tetto di un pullmino sgangherato sul quale percorro le strade periferiche
di una Dakar addormentata. Si apre la porta di una casa, tempo di
infilarsi sotto la doccia e di rimboccare la zanzariera e – finalmente –
crollo esausta in un sonno profondo. L’ultima cosa che giunge al mio
orecchio prima di addormentarmi è il chicchirichi del gallo nel cortile.
Sono le cinque.
Capitolo I - Strade di Dakar
Mi giro e mi rigiro nel letto sudata e appiccicaticcia. Nonostante la
stanchezza, la calura e l’adrenalina mi impediscono di continuare a
dormire. L’orologio sotto il portico segna le nove e mezza, primo giorno
in Senegal e ancora non mi sembra vero di essere di nuovo in Africa. Una
breve esplorazione mi fa prendere coscienza dell’ambiente, una bella casa
a due piani dove le stanze si affacciano su un cortiletto protetto dal
sole da una tettoia di legno e paglia. Il Thally Cauris è una via di mezzo
tra un ostello e una casa privata, in ogni momento ci si sente parte di
una grande famiglia allargata e basta poco per familiarizzare con il
custode Pepè o con la tuttofare Filomena. A metà mattinata riunione con
Seydou e Alex. Seydou è ufficialmente la nostra guida in Senegal, ma nel
corso del viaggio si rivelerà un amico nonché un ottimo ballerino. Alex è
la mente che sta dietro a questo progetto di turismo sostenibile, con il
passare dei giorni impareremo a conoscere i lati a volte africani a volte
italiani della sua personalità; noto estimatore di Bob Marley e bersaglio
preferito dei nostri scherzi, grazie alla sua presenza il viaggio sarà
eccezionalmente divertente. Il meeting comincia con una breve
presentazione del paese e con alcuni accenni ai principi del turismo
responsabile. Una parola usata da Seydou – teranga – lì per lì non
mi trasmette nulla di particolare; ma nel corso delle prossime due
settimane quella parolina magica, che in wolof indica il senso di
ospitalità del popolo senegalese, diventerà la chiave di lettura di questa
preziosa esperienza in Africa Occidentale.

Gironzolo nel
quartiere intorno al Thally Cauris alla ricerca di un sarto per farmi
confezionare un bobou su misura. Le difficoltà di comunicazione cominciano
a farsi sentire, il mio francese stentato cozza contro il wolof
francesizzato del giovane sarto che mi sta di fronte. Per oggi rinuncio al
mio abito, ma questo episodio serve per spronarmi a fare un po’ di
esercizio col francese, idioma che da sempre mi è ostico ma che qui è
lingua ufficiale. Dimentico presto il mancato bobou grazie al gustoso
pranzo che ci viene servito sotto la familiare tettoia di paglia del
Thally Cauris: il thieboudienne, riso accompagnato da pesce e
verdure, è il piatto nazionale del Senegal; già saporitissimo grazie alle
spezie con cui viene condito, gli incontentabili possono aggiungervi la
salsa di tamarindo (dakar), pianta da cui prende il nome la
capitale senegalese.
Nel primo pomeriggio faccio nuovamente capolino nelle strade polverose
della periferia sotto un sole che spacca le pietre. Sono gli sgoccioli
della stagione delle piogge, di nuvole nemmeno l’ombra ma l’umidità si
percepisce eccome. La nostra casa-ostello è ubicata in un quartiere
piuttosto distante dal centro, sulla strada per l’aeroporto. La penisola
di Cap Vert, all’estremità della quale sorge Dakar, è ormai interamente
urbanizzata. Difficile distinguere il centro della città dai vari
sobborghi se non fosse per la confusione e il traffico che crescono man
mano ci si avvicina alla vie centrali. Per arrivare in Place de l’Independance,
cuore di Dakar, tra cartelli stradali inesistenti e ingorghi
impressionanti, ci vuole un’ora buona. Il pullmino di Mbake è provvisto di
minuscoli finestrini che permettono ad un filo d’aria di entrare quando il
mezzo è in movimento, roba di lusso considerando lo stato della
maggioranza dei taxi-brousse che incrociamo per strada, dove una
quarantina di persone vengono stipate nella metà dei posti e convivono con
pollame e mercanzie varie per l’intero tragitto. Il caldo e l’umidità,
uniti allo smog e agli odori acri che caratterizzano le strade africane,
sono insopportabili. Sudore, mosche, gas di scarico, colonne di auto
immobili, venditori ambulanti, lingue incomprensibili. In Africa la gente
trascorre gran parte della sua vita in strada, per lavorare per vendere
per contrattare per parlare per socializzare per mangiare… e a volte anche
per dormire. I ritmi sono lenti, il tempo occidentale scandito da ore e
minuti scompare per lasciare il posto a una strana percezione dello
scorrere delle cose e degli eventi. Per la prima volta scopro di avere
parecchio tempo per fermarmi a pensare e per riflettere, cosa che a casa
capita sempre più raramente. Guardo fuori dal finestrino e sorrido
compiaciuta dal fatto di trovarmi di nuovo in questa realtà così distante
da quella quotidiana; un turbinio confuso di voci e di suoni, di colori e
di odori, che esercita il suo potente fascino di cosa ignota e
sconosciuta, tutta da scoprire.
Mbake imbocca la strada che si snoda lungo la costa della penisola di Cap
Vert, una sosta alla Pointe des Almadies ci regala una vista magnifica su
Dakar e ci distrae per un po’ dal traffico e dal caos delle vie cittadine.
La Pointe des Almadies è il punto più occidentale dell’Africa, segnato da
un bel faro bianco che da un colle verdissimo per le recenti piogge
sovrasta la costa sottostante. Mi sono sempre piaciuti questi luoghi di
confine, “dove la terra finisce e inizia l’oceano”, per dirla con il poeta
Camoes. Purtroppo la punta estrema della penisola è ormai proprietà di un
villaggio Club Med, particolare non trascurabile che fa perdere gran parte
della poesia. La spianata davanti al faro si è trasformata in un tappeto
di cadaveri di cavallette enormi e gialle, a testimoniare l’invasione
della scorsa settimana. L’evento ha dato non pochi problemi alla città,
sono stati addirittura sospesi alcuni voli in quanto la pista
dell’aeroporto era in condizioni inagibili. Quasi una piaga d’Egitto di
biblica memoria.

Capitolo II -
L'Africa ieri e oggi
Alle quattro del pomeriggio passate arriviamo in Place de Soweto, una
piazza circolare su cui si affacciano il Museo IFAN (Institut Fondamental
d’Afrique Noir) e alcune ambasciate. Al centro della piazza campeggia un
monumento contro l’apartheid e il razzismo, non a caso il luogo prende il
nome dalla più famosa township di Johannesburg e non a caso la grande via
che passa qui davanti è dedicata a Nelson Mandela. Il museo raccoglie
maschere e reperti provenienti da tutta l’Africa Occidentale, due grandi
sale ospitano la ricostruzione di alcuni riti tradizionali di etnie
dell’intera regione: dai Mende della Costa d’Avorio ai Bambara del Mali.
Un antropologo dell’Università di Dakar ci guida per un’oretta alla
scoperta di riti di iniziazione, pratiche magiche, vodoo. La ricchezza
maggiore dell’Africa Occidentale è proprio la presenza di un grande numero
di etnie, di lingue e di usanze; un calderone di popoli e di culture che
rende questa fetta d’Africa multiculturale e sfaccettata. Mi tornano alla
memoria le parole di Kapuscinski, acuto e attento osservatore della realtà
africana che definire giornalista sarebbe riduttivo: sono mille, non uno
soltanto, i volti dell’Africa. Profondamente vero. Nel solo Senegal si
contano almeno una mezza dozzina di gruppi etnici principali: Wolof, Serer,
Fulani-Peul, Toucouleur, Mandinka, Diola. Ogni etnia è divisa in una
quantità innumerevole di sottogruppi e di sottofamiglie, a tal punto che
usanze e lingua possono variare di villaggio in villaggio, a poche decine
di chilometri di distanza. Quel che ancora più stupisce del Senegal è che,
nonostante le diversità culturali e religiose, i popoli convivano
pacificamente uno accanto all’altro nel pieno rispetto di queste
diversità. Una situazione molto diversa da quanto accade in altri stati
africani, dove l’arrivo dell’uomo bianco e dei governi coloniali ha
stravolto equilibri tribali millenari, portando a quel conflitto
interetnico che ha segnato tristemente la storia africana nell’ultimo
secolo e continua a segnare l’Africa di oggi. Al piano superiore è stata
allestita una mostra temporanea sulla tratta degli schiavi, attraverso
scene di cartapesta si cercano di ricostruire gli aspetti principali del
fenomeno. Niente cartelloni esplicativi, nessuna didascalia, solo pupazzi
di cartapesta che hanno un enorme potere evocativo e comunicano in modo
diretto la crudeltà dell’uomo e la vergogna della storia.
Per tornare al Thally Cauris il nostro pullmino imbocca le vie del centro,
qualche volta si fa una sosta e qualcuno scende per fare qualche
commissione. E ogni volta puntualmente decine di mani entrano dai
finestrini per cercare di vendere qualcosa. Qualche temerario cerca di
piazzare la sua merce anche mentre il pullmino procede a passo d’uomo nel
mezzo degli ingorghi onnipresenti. E’ un metodo di compravendita piuttosto
strano, ma gli stessi senegalesi sembrano fare la spesa in questo modo.
Imito Alex che si mette a comprare cappelli e scarpe a destra e a manca,
in effetti dopo pochi minuti di contrattazione si riescono a spuntare
ottimi prezzi. Forse gli acquisti migliori del viaggio!
Arrivati a casa, ennesimo giro di doccia della giornata. Alla fin fine
queste docce gelate quotidiane stanno diventando una pura formalità e un
pretesto per fare qualcosa nei tempi morti. Tanto dopo cinque minuti si è
più sudati e appiccicosi di prima… meglio non lavarsi affatto, come
saggiamente suggeriscono alcuni dei miei compagni di viaggio. Un metodo
perfetto e comprovato che verrà applicato sistematicamente nei giorni
seguenti per risparmiare la preziosissima acqua. Doccia o non doccia, la
cena viene servita e segue un’altra abbuffata di pesce. Concludo questa
prima giornata senegalese sul tetto a rimirare il cielo stellato di Dakar,
mentre Pepè prepara il the alla menta mescendo e rimescendo l’intruglio da
un bicchiere all’altro. La sottile arte del the in questo caso concilia il
sonno, mi butto sul letto per recuperare le ore perdute e prepararmi ad un
nuovo giorno africano.

Il traghetto balla
su e giù, giù e su, su e giù, giù e su. Dall’imbarcadero di Dakar sono
stata marcata a vista da una grassa signora che cerca di piazzare le sue
mercanzie; mentre il traghetto continua la sua danza contro le
imperturbabili onde atlantiche lei mette in bella vista decine di
collanine e giargiattole, cercando di convincermi a comprare qualcosa e a
visitare la sua bottega non appena arrivati a Goree. Ed eccole, le case
colorate dell’isola, spuntano in mezzo alla distesa d’acqua con le
facciate illuminate dal sole. Sotto al molo un gruppo di ragazzini fa a
gara per recuperare sul fondo del mare le monetine lanciate dalle persone
a bordo dell’imbarcazione. Non ci sono passerelle, per scendere a terra
basta aspettare l’onda giusta e fare un bel salto per raggiungere la
banchina. Sbarco sull’isola di Goree, un pugno di chilometri al largo di
Dakar, un fazzoletto di terra insignificante se non fosse che da qui sono
passati milioni e milioni di schiavi deportati verso le Americhe. Oggi
Goree è diventata patrimonio mondiale dell’umanità, sito dichiarato dall’Unesco
e meta di tanti turisti, tra i quali molti afro-americani, che vengono qui
in visita per vedere, e per non dimenticare. Sulla piccola spiaggia che
ospita il molo si affaccia una fila di edifici coloratissimi, tra cui si
snoda una serie di strette vie che portano alla Maison des Esclaves e al
Castello. La mia prima meta è quella casa degli schiavi dove si respira
ancora l’aria acre della prigionia e di quel crimine contro l’umanità di
cui Goree è stata protagonista fino a non molti secoli fa. Al primo piano
dell’edificio è stata allestita una mostra che raccoglie testimonianze e
documenti sulla tratta degli schiavi, dal cortile si accede alle celle
anguste dove veniva stipata la merce umana in attesa di salpare verso il
Nuovo Mondo. Al fondo di un corridoio buio, una porta si apre a picco sul
mare aperto: è la porta del non ritorno. Da qui osservo l’oceano infinito
e l’orizzonte ignoto, pensando a quanti occhi spaventati hanno guardato lo
stesso paesaggio prima di me.

Dimentico le mani bianche che
premendo il grilletto
fecero cadere gli imperi
le mani che fustigarono schiavi e che li flagellarono
le vecchie mani vi schiaffeggiarono
le mani laccate e incipriate che mi hanno schiaffeggiato
le mani sicure che mi spinsero alla solitudine e all'odio
le mani bianche che abbatterono la foresta di palme
che dominava l'Africa
Spianarono le foreste d'Africa per civilizzarci
visto che scarseggiava il materiale umano
Signore soffocherò la mia riserva d'odio verso i diplomatici
che sorridono con i loro lunghi camini
e domani baratteranno carne nera
Il mio cuore Signore si è sciolto come neve sui tetti di Parigi
L.S. Senghor
La Goree del 2004 è
piena di movimento e di colori, vista la sua fama turistica molti
artigiani di Dakar ogni giorno si trasferiscono sull’isola per vendere le
proprie opere ai tanti turisti di passaggio. In verità settembre è bassa
stagione per il Senegal, quindi non solo a Goree ma per tutto il viaggio
saranno pochi i toubab che vedrò. Gli artisti di Goree si concentrano
soprattutto nella zona alta del Castello, il vecchio posto di vedetta
francese oggi è occupato da distese di quadri e batik. E’ ora di pranzo e
siamo gentilmente ospitati da Clarisse, un’amica di Alex che ci serve un
cous cous gustosissimo. Fuori cadono le prime gocce di un temporale
passeggero, poco importa quando si hanno davanti un piatto di cous cous e
un bicchiere di karkade!
Dopo Goree e un giro in centro bisogna sperimentare anche la vita notturna
della capitale senegalese. A mezzanotte, che poi in puro stile africano
diventa l’una, poi l’una e mezza, poi le due meno dieci, ci vengono a
prendere Lay e Djara, ennesimi amici di Alex, per portarci a ballare. L’Alize
è uno di quei posti in cui non puoi fare a meno di farti entrare i ritmi
africani nel sangue. I giovani di Dakar si scatenano nella piccola pista
del locale, le note sono quelle della moderna musica senegalese,
ovviamente suonata dal vivo come sempre accade a queste latitudini. Siamo
gli unici toubab. Di quella notte ricordo soltanto di aver ballato come
una indemoniata fino allo sfinimento, lasciandomi travolgere da musica,
ritmo e atmosfera fino alle cinque del mattino, ora in cui, finalmente, mi
sono infilata sotto la zanzariera del letto.
Capitolo III - Quelli di Pikine
I momenti che mi attendono sono di quelli che non si riescono a
dimenticare tanto facilmente, quelle ore che rendono speciale un viaggio e
che si continuano a rivivere con la mente anche dopo giorni, mesi o
addirittura anni, quegli attimi che ti fanno perdutamente innamorare di
Madre Africa e dei figli di questa terra ancestrale. Il Senegal non si
limita soltanto alle lunghe spiagge bianche di Cap Skirring, dove i
turisti occidentali fanno cuocere al sole le loro delicate carnagioni e le
ricche signore di mezza età vanno in cerca di nuove avventure. Il Senegal
è soprattutto luoghi e persone dimenticate, luoghi come Pikine, dove la
vera Africa ti si rivela in tutte le sue contraddizioni e in tutta la sua
crudeltà.

La notte appena
trascorsa è stata troppo breve e le quattro ore scarse di sonno si fanno
sentire quando il pullmino di Mbake sbuffa e scricchiola per metà
mattinata nel traffico della strada che da Yoff corre a est verso Pikine.
Mentre il mezzo procede a passo d’uomo e i venditori ambulanti cercano di
attirare l’attenzione battendo sui finestrini, alterno un sonnellino a
movimenti ritmici con il ventaglio di paglia che ho trovato smarrito sotto
il sedile. Oggi fa caldo, un caldo terribile e più insopportabile dei
giorni scorsi. Finalmente si arriva a Pikine, la faccia oscura e meno
conosciuta di Dakar, il quartiere che con il suo milione e mezzo di
abitanti supera di gran lunga i soli 500.000 abitanti ufficiali della
capitale. Districandosi nel consueto marasma umano che anima ogni città
africana, Alex ci conduce nel cortile della radio comunitaria Oxy-Jeunes.
Due ragazzi, incuranti della nostra presenza, giocano a dama con una
manciata di sassolini e una scacchiera artigianale che consiste in un
semplice gruppo di buche allineate nella sabbia. In Africa non mancano mai
sorprese, l’arte dell’arrangiarsi è di fondamentale importanza per la
sopravvivenza e viene applicata in ogni piccolo gesto quotidiano. A
conferma c’è un bel proverbio senegalese, che recita più o meno “In
Senegal non ci sono problemi, esistono soltanto soluzioni”. Poco ma sicuro
che un senegalese riuscirà sempre a trovare un modo per superare ostacoli
e difficoltà!
L’ufficio
del direttore della radio è pulito e molto curato, con dei soffici divani
di velluto dove sprofondiamo per una buona mezz’ora mentre ci racconta la
storia di Oxy-Jeunes, prima emittente libera a trasmettere notizie a tutti
i cittadini di Dakar e Pikine. Oumar Ndiaye ci narra le peripezie
affrontate negli ultimi quattro anni per riuscire a divulgare una
informazione indipendente e incorrotta a tutti gli strati della
popolazione. La voce di Oxy-Jeunes ha combattuto contro analfabetismo e
ignoranza, rendendo la gente consapevole dei propri diritti e fornendo
aiuto per superare gli innumerevoli problemi burocratici e non che ogni
giorno i senegalesi, soprattutto i meno abbienti, si trovano di fronte.
Esistono diverse rubriche settimanali, cultura, sport, diritto, attualità,
musica. Le trasmissioni vengono condotte in francese e in wolof ma anche
negli altri dialetti, affinché nessuna minoranza linguistica e culturale
sia esclusa dall’informazione. L’attività di Oxy-Jeunes si dimostra un
ottimo lavoro di impegno sociale, che testimonia come a Pikine idee e
volontà non manchino nonostante povertà e condizioni disagiate.
Lo scopo di questo viaggio si concretizza nelle ore successive, i membri
dell’associazione Jant-Bi di Pikine ci accolgono nella loro casa con un
caloroso benvenuto. Presentazioni, discorsi, ringraziamenti, sorrisi e
salaam alaikum si susseguono nel corso della giornata. Ritroviamo Lay
e Mawolli, due giovani amici che avevamo imparato a conoscere già nei
giorni scorsi e che sono pilastri portanti di questa associazione
impegnata a rendere migliore la vita di Pikine attraverso sport e corsi di
musica e danza, progetti di adozione scolastica delle bambine,
distribuzione gratuita di kit anti-malarici alle famiglie. Dopo i
salamelecchi ci rimbocchiamo le maniche e cominciamo a smistare e
catalogare il materiale portato dall’Italia, è fondamentale soprattutto
tradurre in francese posologia e principio attivo dei farmaci.
All’ora
di pranzo donne e bambini stendono grandi stuoie intrecciate sotto gli
alberi del cortile della scuola di Pikine, un vasto spazio aperto
polveroso e affollato. Oggi moltissimi bambini del quartiere si sono
radunati qui per vedere curiosi l’arrivo degli stranieri bianchi, i toubab.
Dopo esserci accomodati a piedi scalzi sulle stuoie di paglia, ci viene
servito il cous cous in grandi piatti di metallo circolari da cui i
commensali attingono con le mani. Mangiare con le mani non è semplice come
sembra, bisogna adottare una tecnica precisa per evitare di imbrattarsi di
cibo e di sugo. I primi tentativi sono fallimentari, ma poi basta
osservare i nostri vicini senegalesi e a poco poco dimenticare cucchiaio e
forchetta. I pranzi in comune all’ombra degli alberi e le ore più calde
della giornata africana trascorse a sonnecchiare sulle stuoie diverranno
una costante per tutto il resto del viaggio. L’Africa è fatta soprattutto
da questi momenti di vita sociale, in cui bisogna condividere cibo e
parole con gli altri membri della comunità. Sono i momenti che si
ricordano con più nostalgia una volta tornati a casa.
Il pomeriggio
scivola via lentamente. Mentre viene organizzata una partita a calcetto
Italia-Senegal io scambio quattro chiacchiere con Daouda, l’unico ragazzo
che parla un po’ di spagnolo. La conversazione è difficile, un misto di
francese e italiano spagnolizzato, ma alla fine riusciamo a comprenderci.
Daouda si rivela molto curioso, vuole sapere dell’Italia e dell’Europa,
delle mie idee sul Senegal e sugli africani. Nonostante le barriere
linguistiche intavoliamo una discussione complessa, toccando la triste
attualità, la politica statunitense e quella del governo italiano. Siamo
cresciuti a migliaia di chilometri di distanza, con cultura, mentalità e
stile di vita completamente diversi. Eppure ci troviamo d’accordo.
L’Africa è molto più vicina di quanto sembra. Ma non posso fare a meno di
riflettere sul fatto che questi ragazzi brillanti di Pikine difficilmente
avranno le mie stesse possibilità di continuare gli studi e di vivere nel
benessere.
Esco dal cortile
della scuola e faccio un giro nel quartiere insieme a Lay e Mawolli. Le
strade sono sporche e polverose, le vie non hanno un nome e non è raro
finire per perdersi in questo labirinto di periferia se non si conosce
bene il posto. Molte persone sono sedute in strada, davanti alla soglia
che conduce nei loro cortili. Le donne fanno il bucato o sono intente a
sistemare i capelli in piccole trecce dalla strabiliante geometria; alcune
chiacchierano tra di loro, altre, avvolte nei loro bobou colorati, si
limitano a guardare sornione la vita brulicante che scorre intorno,
rispondendo ai nostri saluti con un m’alaikum salaam e con un
sorriso. Qui il fluire del tempo non incatena gli uomini, la smania di
essere in ritardo e i ritmi scanditi dall’orologio sono cose sconosciute.
Facciamo visita ad un anziano membro malato di Jant-Bi, che accoglie
benevolmente nella sua camera da letto gli stranieri. Prima di entrare in
casa bisogna rigorosamente togliersi le scarpe. Mentre Lay e Mawolli
parlano fittamente in wolof con il loro amico, osservo la stanza misera e
il cortiletto angusto. Le case senegalesi sono solitamente formate da un
cortile interno, intorno al quale si dispongono le varie stanze della
casa. I membri della famiglia trascorrono la maggior parte della giornata
all’aperto, i bambini scorazzano nel cortile e in strada insieme agli
animali, sorvegliati a vista dai fratelli più grandi. I muri scrostati di
questa e di tante altre abitazioni di Pikine mostrano i segni del tempo e
della povertà, mancano ancora acqua corrente ed energia elettrica, ma
nonostante le condizioni igieniche precarie, le malattie frequenti e i
disagi, i volti della gente di Pikine mostrano una grande serenità. Il
disagio si avverte soprattutto nei più giovani. Penso a Daouda e agli
altri, che come tanti ragazzi del mondo coltivano il sogno di una vita
migliore.
Trascorro l’ennesima notte insonne, questa volta in compagnia dei ritmi e
delle melodie di Youssou N’Dour, il più famoso cantante senegalese che ho
la fortuna di vedere in concerto proprio a Dakar, la sua patria. Insieme a
me ci sono centinaia di giovani che ballano e cantano sotto il palco. La
scorsa settimana Youssou N’Dour e il suo gruppo si sono esibiti anche
nello stadio comunale, i biglietti di ingresso sono stati venduti a prezzi
ridotti per permettere a tutti gli abitanti di Dakar di assistere allo
spettacolo. La musica in Africa è di tutti.
Capitolo
IV - Il ritmo dello djembe
E' l’alba di un nuovo giorno e di una nuova parte di questo viaggio alla
scoperta del Senegal. Lasciamo Dakar di mattina presto per raggiungere il
Lac Retba, forse una delle più famose meraviglie naturalistiche del paese.
Il lago Rosa è la tappa finale della Parigi-Dakar e viene citato in tutte
le guide turistiche per le acque colorate da cui prende il nome. Quando
arriviamo sulle sponde del lago comincio a pensare che le sue decantate
acque rosa siano soltanto un’attrazione per i turisti, si intravede una
leggera sfumatura rosacea ma niente di più. Ma basta pazientare qualche
minuto ed ecco che, con la luce giusta, intorno alle barche dei
raccoglitori di sale appare un forte colore rosa che poi si espande su
tutta la superficie dello specchio d’acqua. L’atmosfera è surreale. Sulla
riva giacciono bianchissime montagnole formate dal sale che viene estratto
dal lago e che è responsabile di questo fenomeno particolare, più in là le
barche colorate delle famiglie di raccoglitori, alcune delle quali
giacciono in secca in mezzo a distese multicolori di incrostazioni saline.
Tra il lago e l’oceano si stende una striscia di dune di sabbia finissima,
che percorriamo con un pick up fino a raggiungere una spiaggia deserta, di
cui non si intravede la fine. In mezzo al nulla e al silenzio ci buttiamo
tra le onde dell’oceano, la temperatura dell’acqua è calda al punto giusto
per far passare la voglia di uscire. Poi si torna indietro sobbalzando
sulle dune e si costeggia il perimetro del lago fino ad arrivare al luogo
di ristoro sulla sponda orientale. Vicino al lago è sorto un piccolo
complesso con un resort e un ristorante, circondati da una serie di
bancarelle di artigianato. La maggior parte dei commercianti è sempre
pronta a scambiare qualche parola mentre si fanno acquisti e si contratta,
incontro anche un ragazzo che si è trasferito in Italia e che ora è qui
per le vacanze. In un italiano fluente mi dice di abitare in provincia di
Novara, a pochi chilometri dal paese di origine della mia famiglia… il
mondo è davvero piccolo!

Proseguo il viaggio
verso sud, la strada scorre velocemente sotto la sapiente guida di Mbake,
mentre Seydou ci insegna qualche canzone popolare o ci racconta qualche
aneddoto. Lungo la strada incrociamo parecchi taxi-brousse e camion sui
quali la gente viaggia pigiata come in una scatola di sardine, ma sono
moltissime anche le persone che si spostano su grandi distanze soltanto a
piedi, sui bordi della carreggiata, con grossi cesti e fagotti tenuti in
bilico sulla testa. Quando arriviamo a Mbour, sulla Petite Cote, il sole
sta già tramontando. Scarichiamo i bagagli al Blue Africa, una guest house
semplice ma confortevole con bungalow adagiati direttamente sulla
spiaggia. Giusto il tempo di fare ancora un bagno, lasciandosi cullare
dalle morbide onde dell’Atlantico scaldate dagli ultimi raggi solari. Un
gruppo di ragazzi gioca a calcio sulla battigia, le donne raccolgono i
pareo e le collane in vendita, uno djembe lontano suona le ultime note
della giornata.
Mbour è un grosso villaggio di pescatori che negli ultimi anni si è
trasformato in una rinomata località balneare. La meta principale del
turismo sulla Petite Cote è però Saly-Portugal, una cittadina nata dal
nulla che oggi vive principalmente dai proventi del turismo organizzato
internazionale. Il suo litorale è punteggiato da resort e villaggi
turistici, ma fortunatamente l’afflusso maggiore di stranieri rimane
confinato a questa località. Le vicine Mbour e Toubab Dialao sono meta
soprattutto di backpackers e di viaggiatori indipendenti, motivo per cui
si trovano molte guest house tranquille a prezzi competitivi. Le mie
giornate a Mbour trascorrono soprattutto in spiaggia, dove si riesce a
fare amicizia facilmente con la gente del posto. Riesco a trovare alcuni
giovani che parlano inglese e finalmente ho modo di fare lunghe
chiacchierate senza difficoltà di comunicazione. Il nostro gruppo questa
volta si divide, c’è chi preferisce rimanere a oziare sotto le palme e chi
invece esplora i dintorni, qualcuno si dedica agli acquisti, altri
imparano la difficile arte dello djembe. La cultura musicale è
profondamente radicata in tutta l’Africa, ma qui piuttosto che altrove
sembra trovare la sua patria. Non passano giorni senza cantare, ballare o
suonare; la musica è il mezzo di espressione più diffuso tra la gente. La
sera spesso manca la corrente elettrica e il Blue Africa si illumina
soltanto grazie alle feste intorno al fuoco che organizziamo in spiaggia
con la gente del posto. Dimentichiamo le barriere culturali e i muri
linguistici, ci ritroviamo a saltare come cavallette intorno a grandi falò
e a cantare a squarciagola canzoni dalle parole sconosciute.

La musica è davvero
un pilastro portante nella cultura dell’Africa Occidentale, i musicisti in
Senegal godono di un elevato rispetto nella comunità, quasi pari a quello
di sapienti e stregoni, tanto che spesso i due ruoli si sovrappongono. La
cultura musicale non viene impartita in alcuna scuola ma si tramanda di
generazione in generazione in vere e proprie famiglie di artisti, come
quella di Lamine e dei suoi fratelli, amici che Alex spesso invita al Blue
Africa per farci compagnia. Un buon artista non soltanto deve sapere
suonare alla perfezione uno o più strumenti, ma è tenuto a conoscere a
memoria i canti tradizionali che devono essere affidati ai posteri
attraverso il ritmo della sua arte. In Senegal questi cantastorie
vagabondi sono chiamati griot e sono profondamente riveriti dalla
popolazione rurale, soprattutto perché ancora oggi costituiscono l’unico
canale di comunicazione e informazione nei villaggi più remoti dove la
televisione è ancora sconosciuta. Le percussioni sono di gran lunga gli
strumenti più diffusi in questa parte del continente nero; dal Senegal al
Ghana il tipo di tamburo più caratteristico è lo djembe, a forma di
grosso calice e realizzato in legno e pelle di capra, fissata alla sommità
con una striscia di cuoio. Spesso gli djembe sono finemente incisi
con disegni geometrici e astratti, ogni artista costruisce il suo
strumento con le proprie mani a partire dal materiale grezzo. Un musicista
deve quindi essere anche un abile artigiano. Ma il tipico strumento
attraverso il quale i griot seducono il pubblico con le loro storie
affascinanti è la kora, una sorta di grosso liuto a 21 corde con un
lungo manico in legno e una zucca cava come cassa di risonanza. Le corde
vengono pizzicate a mo’ di arpa e il suono prodotto è molto particolare.
Il mal d’Africa è causato non soltanto dalla nostalgia di luoghi
incontaminati e di una natura grandiosa, ma anche da quel calore degli
abitanti della Mama Africa che si esprime al meglio proprio attraverso la
musica. In Senegal la musica è ovunque, nelle grandi arterie stradali di
Dakar come nei più sperduti villaggi di campagna. Spesso basta il solo
battito delle mani a creare una melodia, un canto ritmico e
indimenticabile che continuerà a martellare i pensieri anche a mesi di
distanza.
Capitolo V - Dal
fiume al deserto
Tra
il litorale della Petite Cote e i confini del Gambia, il minuscolo
staterello che separa il Senegal settentrionale dalla Casamance, si stende
per diversi ettari il piatto delta del Sine-Saloum. Questa distesa di
acque tranquille è il rifugio di numerose specie di volatili e piccoli
mammiferi, le sue lagune sono senza dubbio un paradiso per gli amanti del
bird-watching. Parto da Mbour appena dopo l’alba. Dopo un breve tratto
asfaltato lungo la costa, Mbake imbocca una pista di terra battuta, una
scorciatoia che attraversa verdissime radure di baobab e palme. La
stagione delle piogge mi permette di cogliere questo paesaggio nella veste
migliore, tutto è ricoperto da un manto verde abbagliante in forte
contrasto con la terra rossa che scorre sotto le ruote. Una breve sosta ci
permette di esplorare a piedi la zona, i baobab centenari sovrastano la
pianura con tutta la loro imponenza. Grazie alle acque abbondanti di
agosto, questi colossi della natura, simbolo dell’Africa, sono ricoperti
alla sommità da numerose piccole foglie. I baobab del Sine-Saloum sono
abbastanza differenti da quelli delle grandi savane dell’Africa orientale
e del Madagascar. Al contrario dei loro cugini più conosciuti, questi
alberi non hanno un aspetto tubolare e liscio ma uno spesso tronco nodoso
che si contorce fino alla cima formando talvolta alcune cavità. Queste
piccole grotte naturali in passato davano asilo ai griot di passaggio,
tanto che ancora oggi è usanza seppellire le spoglie dei cantastorie
all’interno dei tronchi cavi dei baobab sacri. Lungo la strada le radure
deserte punteggiate dai baobab si alternano a terreni fittamente coltivati
a manioca e a palmeti. Non è raro imbattersi anche in qualche enorme
termitaio, cattedrali di argilla che raggiungono addirittura i due metri
di altezza! Alcuni sono brillanti opere di ingegneria, a dimostrazione
dell’elevato grado di organizzazione di queste comunità di migliaia e
migliaia di insetti. Nella corsa verso il delta si attraversano alcuni
piccoli villaggi di capanne, la gente alza sempre la mano in segno di
saluto e i bambini ridono alla vista di una decina di toubab appollaiati
sul tetto di un pullmino malandato.
In
poche ore arrivo a Ndangane, dove mi imbarco su una lancia a motore per
visitare i placidi canali del delta del Sine-Saloum, formato dalla
confluenza dei due fiumi omonimi. Le acque sono costellate da colonie di
pellicani, che all’arrivo dell’imbarcazione prendono il volo sopra le
nostre teste disegnando ampie linee curve nel cielo. Isolette sabbiose
separano le ramificazioni del delta, alcune sponde sono ricoperte da un
fitto intrico di mangrovie. Il paesaggio è piatto e tranquillo, il
silenzio è rotto di tanto in tanto dal richiamo di qualche volatile. Senza
dubbio l’atmosfera è affascinante, ma il sole di mezzogiorno comincia a
picchiare implacabile. Sbarco a Mar Lodj, situata sulla riva opposta di
questo braccio del fiume. Facciamo una breve sosta all’ombra di un
ristorantino che si affaccia su una minuscola spiaggia. Da qui
attraversiamo a piedi un’ampia radura brulla fino al villaggio vero e
proprio, dove veniamo ospitati per il pranzo da una conoscente di Seydou.
Come sempre si mangia nel cortile, distesi sulle stuoie sotto un grosso
albero di mango, con pollame e bambini che scorazzano tutto intorno. Oltre
al solito cous cous ci portano abbondanti vassoi di gamberi di fiume
appena pescati, una delizia al punto di farne indigestione! Per
riprendersi dall’abbuffata ci va qualche oretta, trascorsa ad oziare sotto
il mango; nel primo pomeriggio gironzolo per il villaggio, costituito
interamente da case di fango e paglia che si raccolgono intorno ad una
piazzetta con un vecchio baobab. Sotto i rami ci sono alcuni feticci ed un
piccolo altare tradizionale, questo luogo è riservato al culto degli
antenati e degli spiriti. Nonostante il Senegal sia a maggioranza
musulmana, con alcune comunità cristiane, la popolazione non ha
abbandonato i culti ancestrali su base animistica e capita ancora di
imbattersi in rituali centenari, come quello frequentissimo della
circoncisione o quelli praticati dai guaritori di Yoff nella periferia di
Dakar.
In serata
rincasiamo al Blue Africa, questa volta percorrendo la strada principale
asfaltata. L’indomani ci aspetta un’altra escursione verso nord, fino al
deserto di Loumpul. Se la Casamance e le regioni meridionali sono fertili
e verdeggianti, più ci si avvicina al confine con la Mauritania più
l’ambiente diventa arido e desertico. E’ il Sahel, fascia climatica al
confine con il deserto del Sahara, una regione che negli ultimi anni si
sta estendendo velocemente in direzione dell’Equatore a causa degli
inarrestabili processi di desertificazione. Durante il viaggio verso nord
sono necessarie alcune soste per rifocillarsi, una prima deviazione ci
porta ad un villaggio di Fulani-Peul, l’etnia di pastori nomadi diffusa in
tutta l’Africa occidentale. Gli abitanti ci accolgono calorosamente e ci
permettono di visitare l’interno delle abitazioni, capanne circolari di
paglia che vengono usate soprattutto come rifugio per la notte. Gran parte
della giornata si trascorre all’aperto, nei pascoli. I Fulani, con i loro
corpi longilinei e i tratti raffinati, sono tra le popolazioni più belle
dell’Africa nera, forse grazie ad una remota parentela con le tribù
nilotiche, e hanno alle spalle una storia di migliaia di anni, fatta di
continue migrazioni e spostamenti nella vasta area compresa tra gli
odierni Camerun e Senegal. Oggi i Fulani sono 12 milioni. Tra le
sottoetnie più diffuse in Senegal è quella dei Toucouleur, le cui donne
sono riconoscibili dagli orecchini circolari verniciati di rosso e
arancio. Alcune donne del villaggio indossano ancora il boubou
tradizionale, ma molte portano indumenti occidentali vecchi e sdruciti a
causa delle condizioni economiche sempre più disagiate.

Lasciamo il villaggio e continuiamo il cammino verso nord, ma presto ci
imbattiamo in un violento temporale equatoriale e siamo costretti a
chiedere rifugio ad un pescatore, che gentilmente ci ospita nella sua
baracca di legno per consumare il pranzo al sacco. La pioggia continua
imperterrita a battere sulle lamiere del tetto, rinunciamo al bagno in
mare e decidiamo di continuare comunque verso il paese di Loumpul. Qui,
dove per fortuna non piove, tramite un camion raggiungiamo le dune che si
stendono a qualche chilometro di distanza. Nel cassone ci sono anche
alcuni ragazzini del posto, incuriositi dall’inaspettato arrivo di
turisti, e facciamo conoscenza con Mor, alias Garibaldi, musicista e
grande amico di Alex che da ora fino alla fine del viaggio ci terrà
compagnia con il suo inseparabile djembe. Le piogge recenti hanno dato
nuova vita a questa zona pre-desertica che ora è ricoperta da chiazze di
erba e di piccoli fiorellini: il deserto è fiorito e l’effetto è
sorprendente. La distesa arida conduce fino ad un tratto di grosse dune di
sabbia rosata, dove la pioggia non è riuscita ad arrivare. Il nostro campo
è formato da basse tende a pianta quadrata, con materassi e stuoie come
giacigli. Poso lo zaino e corro ad arrampicarmi sulla duna vicina, da cui
si ammira uno straordinario panorama lunare con altre dune che si perdono
fino all’orizzonte. Si consuma la cena sotto una tenda comune, acqua
corrente ed elettricità ovviamente sono impensabili in quanto siamo
accampati nel vero e proprio nulla. Per la doccia si usano grosse sacche
di acqua appese ad un palo di legno, circondato da un recinto che
garantisce un po’ di intimità.
Nonostante
il sole sia calato da un pezzo, sotto le tende il caldo è asfissiante;
decidiamo di trasportare le stuoie sotto la duna e accendiamo un falò
intorno al quale si riuniscono anche alcuni sconosciuti arrivati dal
villaggio. Come al solito prima si balla al ritmo dei tamburi, poi arriva
l’ora delle conversazioni e dei racconti, con le ultime fiamme del fuoco
morente a disegnare strane ombre sui volti scuri delle persone che ci
circondano. Così, con lo sfrigolio del fuoco, il sussurro di parole
incomprensibili e l’odore pungente del tabacco nero mauritano a fare da
sottofondo, mi addormento sotto un velo di nubi che nasconde il cielo
stellato.

Mi sveglio all’alba
a causa del frescolino mattutino e della luce. La gente del posto che ieri
ha animato la serata è scomparsa misteriosamente così come era arrivata.
Un the bollente risveglia gli animi e partiamo alla volta di Thies. La
strada è la stessa del giorno precedente, percorsa a ritroso e oggi
illuminata finalmente dal sole che ha preso il posto della pioggia
scrosciante. Tra me e me mi rammarico di non avere avuto più tempo a
disposizione per arrivare fino a Saint Louis, cittadina di stampo
coloniale che giace all’estremo nord della lunga costa senegalese. D’altra
parte sono soddisfatta della guida di Alex, che non ci ha sballottato a
destra e sinistra in un mordi e fuggi ma che ci permette di vivere con
calma e tranquillità i luoghi toccati, in modo da calarsi parzialmente
nella loro quotidianità. Thies è la seconda città del paese per grandezza,
il suo mercato artigianale è uno dei migliori posti per fare acquisti
anche se spesso si riescono a spuntare ottimi prezzi nei banchetti lungo
le strade polverose di campagna. La sosta a Thies si rivela una buona
occasione per acquistare una bella maschera di legno, ma soprattutto per
gustare qualche frittella di miglio cucinata agli angoli delle strade da
grasse signore dal sorriso smagliante sopra i rotoli di doppio mento. In
Senegal, come in tutto il resto dell’Africa, capita frequentemente di
imbattersi in queste cucine all’aria aperta: da un pentolone unto e fumoso
vengono offerte ai passanti le migliore delizie della cucina africana, dai
dolcetti alla thieboudienne alla manioca. E loro, le grasse signore che
incarnano lo spirito di Mama Africa, ti porgono la loro specialità in un
cartoccio con il largo sorriso di chi è fiero del prodotto della propria
classe culinaria. Qui, sui bordi di un marciapiede malandato e in mezzo ai
gas di scarico dei taxi-brousse, divorando le frittelle di una paciosa
Mama Africa e nel frattempo tentando di scacciare un fastidioso venditore
che cerca di piazzare i suoi orologi taroccati, mi sento davvero in
Senegal, percepisco il suo calore, la sua ospitalità, la sua vivacità e il
suo confusionario tran tran. Teranga, benvenuti in Africa!

Facciamo una sosta
per pranzare quando ormai sono le due del pomeriggio passate. Dalla
terrazza di un alberghetto arroccato sulla spiaggia pietrosa di Toubab
Dialao si ammira l’oceano sottostante, con le onde fragorose che si
scagliano contro la scogliera. Una serie di piccole spiagge separate da
tratti rocciosi lambisce questo piccolo villaggio, dove la maggior parte
dei bagnanti sono famiglie senegalesi che si godono le coste del loro
paese fuori stagione, quando i turisti occidentali non affollano ancora le
spiagge. A Toubab Dialao faccio conoscenza con uno dei rari senegalesi che
parla inglese. Ange mi vuole a tutti i costi mostrare la sua bancarella in
una spiaggetta limitrofa, vista la sua insistenza mi lascio convincere
anche se gli faccio sapere subito che ho dimenticato i miei CFA nella
borsa sul pulmino. Perse dal principio le mie potenzialità di cliente, il
nostro incontro si rivela una interessante occasione per capire meglio le
difficoltà che devono affrontare i tanti venditori ambulanti che
quotidianamente percorrono le spiagge della Petite Cote in cerca di
affari. Ange arriva dalla Casamance, la regione meridionale del Senegal
che da un ventennio è teatro degli scontri tra il governo e l’MFDC (Mouvement
des Forces Démocratique de la Casamance), movimento indipendentista
guidato da padre Diamacoune Senghor. Nel corso degli ultimi anni la
situazione si è stabilizzata, ma la Casamance ha perso inevitabilmente le
sue possibilità di sviluppo turistico, nonostante le lunghe spiagge di Cap
Skirring e la vegetazione lussureggiante dell’entroterra che l’avevano
resa celebre. Ange, come molti suoi conterranei, è stato costretto ad
abbandonare la terra natia per fare fortuna nelle località turistiche del
nord. Mi racconta che non vede la sua famiglia da ben 3 anni, nonostante
le poche centinaia di chilometri che separano Petite Cote e Casamance. Per
guadagnarsi da vivere compra prodotti di artigianato a Dakar e li rivende
sulle spiagge di Toubab Dialao, Mbour e Saly-Portugal, in questo modo si
assicura un guadagno minimo per pagare l’affitto di una stanza e mandare
parte del ricavato al resto della famiglia in Casamance. Ma in questa
stagione ci sono pochi turisti - mi dice - gli affari migliori si fanno da
dicembre a marzo, quando il clima secco e soleggiato attira migliaia di
occidentali sulle coste senegalesi. Qualcuno vende manufatti artigianali
sulla spiaggia, altri si guadagnano da vivere suonando lo djembe nei
villaggi turistici, altri ancora fanno compagnia ai toubab in cerca di
facili avventure. Il turismo sessuale in Senegal non è così evidente come
in altri paesi del mondo, ma anche ora fuori stagione mi capiterà di
vedere qualche signora di mezza età accompagnata da un bel ragazzo del
posto. La piaga del turismo sessuale qui non è soltanto al maschile, il
fenomeno riguarda anche le turiste attempate. Ange mi saluta lasciandomi
il suo indirizzo, strappandomi la promessa che una volta tornata in Italia
mi attiverò per far conoscere al maggior numero di persone possibile la
sua terra, il Senegal, con tutto il ventaglio di luci e ombre che lo
caratterizza.
Capitolo VI - Il villaggio di acqua e conchiglie
Prima
di rientrare a Dakar trascorro ancora alcune giornate di riposo a Mbour.
Nel palmeto che separa il cortile del Blue Africa dalla spiaggia sono
state appese comode amache da cui osservare l’oceano e la vita che scorre
sulla battigia. Mbour costituisce un buon punto di partenza per diverse
escursioni, ma la cittadina è in se stessa meritevole non solo per il
lungo litorale. Ogni sera prima del tramonto i pescatori raccolgono le
reti e tornano a riva con il frutto della pesca, vendendo la merce ancor
prima di sbarcare dalle loro bagnarole. A Mbour esiste una vasta area
coperta adibita a mercato del pesce, con un lato aperto direttamente verso
l’oceano. Ogni giorno qui si mette in moto un complesso meccanismo che
coinvolge nel commercio del pesce parecchi abitanti del villaggio. L’odore
è acre e sgradevole, le mosche pullulano a migliaia nell’aria. Aggirandomi
sotto la tettoia di cemento nella quale avviene lo smistamento del pesce e
la compravendita, per la prima volta da quando sono atterrata a Dakar
sento che la mia presenza non è gradita. La gente sta lavorando e ha gli
occhi diffidenti di chi non vuole sguardi intrusi ad interrompere la
propria attività. Per rispetto della fatica altrui limito il più possibile
l’uso della Nikon, mi soffermo sull’orlo della banchina ad osservare gli
uomini che si immergono fino alla cintola nell’acqua melmastra e putrida,
avanzando a stento verso le barche dei pescatori per raccogliere la merce
in grosse ceste di vimini da trasportare a riva. Alcuni sono poco più che
bambini. I più fortunati si addentrano nella melma di pesce in
decomposizione su carretti trainati da cavalli. Questo è il Senegal nudo e
crudo, visto senza il filtro patinato del turista, che mi rimarrà sempre
impresso quando nei giorni seguenti gusterò quell’ottimo pesce fresco che
arriva dalle coste atlantiche.
Una
ventina di chilometri di litorale dividono Mbour da Joal-Fadiouth, dove mi
dirigo dopo la sosta al mercato del pesce. Joal e Fadiouth sono due
villaggi separati da un piatto lembo di oceano e collegati soltanto da un
lungo ponte di assi di legno malconce. Da Joal, sulla terraferma, mi
imbarco su una fragile piroga per raggiungere il gemello marino Fadiouth,
che giace su un’isola formata soltanto da conchiglie. Ad ogni passo i
piccoli gusci rosati si frantumano sotto i piedi, creando un continuo
scricchiolio a cui dopo qualche minuto si fa l’abitudine. La particolarità
di questo posto non è soltanto lo stretto legame col mare, ma la struttura
stessa di questo villaggio sospeso sull’acqua e nel tempo. La lunga
passerella di legno collega Joal alla parte abitata di Fadiouth, dalla
quale tramite un altro ponte su palafitte è possibile raggiungere
l’isolotto adibito a cimitero, cristiano e musulmano insieme. La comunione
pacifica dei due credi è una cosa di cui vanno particolarmente fieri gli
abitanti del luogo, tanto che non distante dalla chiesa cristiana si
staglia un minareto. Infine, un terzo isolotto raggiungibile soltanto via
mare custodisce le riserve alimentari della comunità. Il grano è
conservato in curiosi granai circolari a forma di capanna, rialzati dal
terreno in modo da ridurre l’umidità. E’ l’unica isola a non essere
collegata al resto del villaggio tramite un pontile, probabilmente per
preservare le preziose scorte da possibili incendi. Ci fermiamo nella
piazzetta centrale, seduti su una panca a sorseggiare le solite bevande
coloratissime e frizzanti che in Africa spesso costano meno di una
bottiglia di acqua minerale. Osservando il viavai di persone sul ponte e a
nostra volta osservati da decine di occhi incuriositi, ammiriamo il nostro
ultimo tramonto infuocato sulla Petite Cote, un luogo magico che in questi
giorni ci ha regalato nuove amicizie e nuove emozioni.

Epilogo -
L'Africa dentro
Dopo la settimana di vagabondaggio sono nuovamente nella frenetica Dakar e
nei suoi ritmi da metropoli africana. Trascorro le ultime ore in terra
senegalese tra il mercato artigianale di Soumbedioune e il quartiere di
Pikine, dove gli amici dell’associazione Jant-Bi hanno preparato una festa
di addio, o forse di arrivederci. Se nei giorni passati avevo comunque già
sperimentato la teranga, l’ospitalità del Senegal, e assaporato l’energia
musicale dei griot, mai mi potevo aspettare cosa significa trovarsi
nel bel mezzo di una festa africana.
Questa
festa di saluto è vissuta da tutta Pikine come una grande occasione di
svagarsi e divertirsi, trascurando per qualche ora le gravi incombenze che
sono all’ordine del giorno in un quartiere come questo. Il primo
pomeriggio abbiamo ancora la possibilità di scambiare qualche parola con
le persone conosciute la settimana precedente, come sempre la nostra
presenza attira decine e decine di bambini davanti alla sede di Jant-Bi,
che fanno a gara per ricevere qualche attenzione o per venire a sedersi
sulle mie gambe. Alcune famiglie del quartiere si sono prese l’impegno di
vestire ciascuno di noi alla maniera africana, io vengo invitata dai
parenti di Daouda nella loro casa per provare un boubou. Mi addentro nei
vicoli di Pikine insieme a una delle cugine del mio amico, scansando il
pollame e le capre che circolano liberamente sul sentiero. Finalmente
arrivo nel cortile della mia famiglia-ospite, dove i membri anziani si
sono riuniti all’ombra. Prima di entrare in casa è buona educazione
salutarli ad uno ad uno, scambiando i canonici salaam alaikum e
m’alaikum salaam, nanga def e mangi firek. Bastano
soltanto poche frasi in wolof per essere subito accolti calorosamente.
Sono completamente sola, senza sapere più di dieci parole di wolof, in
compagnia di persone appena incontrate, in un quartiere periferico di
Dakar dove con i CFA che ho nella borsa un’intera famiglia potrebbe
mangiare per una settimana, eppure non ho alcun timore o paura. Mi portano
nella camera da letto, separata dalla sala soltanto da una tenda sottile,
e mi fanno indossare un bellissimo boubou bianco e viola tirato fuori
direttamente dall’armadio della proprietaria! Non finirò mai di stupirmi
di questi gesti di cortesia e di affetto che in Africa sono considerati la
normalità, mentre dalle nostre parti sono ormai più unici che rari. Sono
quasi commossa mentre mi fanno accomodare su un divano di velluto
fatiscente e mi mettono in braccio l’ultimo nato di questa numerosa
famiglia; di dimostrare la mia gratitudine per l’ospitalità ma mi
rammarico ancora una volta della mia scarsa padronanza del francese, che
non mi permette di esprimermi in libertà.
In una strada di
Pikine sono state disposte in circolo alcune panche e sedie, nel mezzo un
grande spiazzo polveroso ospita i percussionisti, tra cui Mor/Garibaldi
che ci ha seguiti durante tutto il viaggio da Lompoul sino a qui. I
suonatori improvvisano una serie di musiche e di canti, a turno ognuno è
chiamato al centro per ballare il tamtam. Alex e Seydou dimostrano la loro
abilità di ballerini mentre il pubblico intorno batte le mani per tenere
il ritmo, poi tocca ad alcuni responsabili di Jant-Bi e alla bella Mawolli
che incanta la folla con i suoi movimenti aggraziati, infine non poteva
che venire il turno di noi toubab, scomposti e fuori tempo sotto gli
sguardi divertiti della gente. La festa continuerà fino a sera, in un
estenuante vortice di musica e schiamazzi, tanto che tornati al Thally
Cauris sprofondo in un sonno ristoratore prima di caricare i bagagli sul
pullmino alla volta dell’aeroporto, dove alle due del mattino ci attende
il volo di ritorno.

Con una stretta al
cuore salutiamo i nostri amici nell’atrio delle partenze, fisso per
l’ultima volta i loro sguardi profondi, i sorrisi bianchissimi che
illuminano i volti. Seydou, Mbake, Mor, Lay, Mawolli, Djara. Molti
probabilmente non li rivedrò più, ma il ricordo della loro terra e del
tempo trascorso insieme saranno sempre dentro i miei pensieri. Alex invece
torna in Italia con noi e la sua presenza almeno farà trascorrere più
velocemente le quattro lunghe ore nel gate dell’aeroporto al gelo
dell’aria condizionata in attesa dell’aereo di ritorno che, quasi per uno
scherzo del destino, sembra non arrivare mai a causa del ritardo
accumulato a Casablanca. Passo la notte in volo cercando di dormire, ma si
fanno già sentire le prime avvisaglie del mal d’Africa e di quella
malinconia onnipresente alla fine di ogni viaggio. Nel primo pomeriggio
atterriamo a Malpensa, recupero frettolosamente lo zaino, scalpito dietro
le porte scorrevoli degli arrivi internazionali e finalmente, in mezzo
alla folla, eccolo là. Il sorriso di Bob che mi ha aspettato pazientemente
per due settimane. La mia parte di Africa in Italia, che attutisce la
nostalgia per quella terra meravigliosa.
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